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Corpi sani e corpi malati in antropologia

Negli ultimi anni, alcuni antropologi hanno messo in evidenza come alcuni individui “incorporano” il disagio sociale dando luogo a patologie di vario tipo.  Strettamente connesse con le concezioni del corpo e della persona sono infatti quelle di salute e di malattia.
Come tutti gli aspetti della vita umana presi in considerazione dall’antropologia culturale, anche quello della salute e della malattia è stato avvicinato dagli antropologi in una prospettiva “relativista”. Tutte le culture hanno una concezione complessa del disagio fisico e psichico, e tali concezioni, a cui gli antropologi hanno dato il nome di “sistemi medici”, rispondono a un tentativo più o meno coerente di spiegare e curare i disturbi sia fisici che mentali.
Nell’antropologia si sono sviluppate delle sottodiscipline, che vanno sotto il nome di:
Etno-medicina: studio delle forme locali di cura, di gestione della malattia fisica;
Etno-psicologia: studio dei disturbi non fisiologici, ma psichici.

Uno dei primi studi in questo senso è stato quello di Victor Turner, che descrive un rito curativo, chiamato Ihamba praticato dagli Ndembu dello Zambia (Africa Centro-meidionale). Gli Ndembu fanno risalire certe malattie all’azione di un qualche antenato adirato con un individuo o con la sua famiglia.
Si cerca allora di liberare il paziente dallo spirito dell’antenato che l’affligge e che, dicono gli Ndembu, si è manifestato in forma di dente che lo “morde” sotto la pelle. La cura-rito dello ihamba consiste in una specie di “terapia di gruppo” durante la quale i parenti del paziente devono esplicitare pubblicamente i loro contrasti reciproci e/o il proprio risentimento nei riguardi del paziente.
Alla cura è presente tutto il villaggio: il male ha un origine sociale. La sofferenza fisica è qui interpretata come l’effetto di un “disordine” sociale.

N. Schéper-Hughes ha svolto i suoi studi in Brasile e parla di un disturbo di queste popolazioni, chiamato Nervos, uno stato patologico in cui la persona si sente priva di forza, ha mal di testa, e si sente incapace di svolgere i suoi compiti abituali (simile all’esaurimento nervoso). Schéper-Hughes ha parlato della malattia come “arma dei deboli”, perché le persone che si ammalano di nervos sono persone che vivono in condizioni estremamente difficili.
Allo stesso tempo, l’autrice parla della malattia come discorso sociale: questo tipo di malattia ci dice che qualcosa nella società non va.

Il modo antropologico di accostarsi alle concezioni della salute e della malattia ha posto in evidenza come non vi sia una medicina che possa considerarsi svincolata dal contesto sociale e culturale entro la quale viene praticata.
In Occidente prevale nettamente il cosiddetto paradigma “biomedico”, cioè l’idea che lo stato di malattia fisica abbia solo cause di tipo organico, cioè biologico.
Un ulteriore caratteristica del paradigma bio-medico è la “medicalizzazione del paziente”. Una volta diagnosticata la malattia, soprattutto se si tratta di una malattia di una certa gravità, l’ammalato viene inquadrato come soggetto “altro”, separato dalla comunità familiare e lavorativa.
In molte culture dell’Africa non è pensabile curare le malattie fisiche e mentali senza chiamare in causa il contesto sociale della loro manifestazione.
Spesso la concezione occidentale della medicina entra in conflitto, in questi contesti, con il “sistema medico” locale, e vi sono casi in cui i medici “moderni” devono mediare con i “dottori” locali.
di Anna Bosetti
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