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Il consenso e il declino dei partiti di massa

Il consenso è un processo più complesso di un’accettazione di segni di persuasione. Per questo accanto ai manifesti c’è stato un sottile lavoro di scavo che ha creato un clima di opinione su determinati temi caldi, consentendo l’efficacia di slogan come quello sulle città più sicure e l’annientamento di ogni effetto delle controargomentazioni sugli anni del buon governo di sinistra. Il lavoro di decodifica cognitiva degli elettori non è consistito nella pura decodifica di un manifesto, ma nella più lenta assimilazione di stili di pensiero, di sensibilità attraverso una ponderata creazione di un’agenzia fittizia.
Il manifesto politico diventa come quello della reclame, si confonde anche nelle dimensioni e nella collocazione con il manifesto pubblicitario.
Sui temi amplificati dai media si costruisce un’opinione pubblica, un sentire comune, una gerarchia delle preoccupazioni e un termometro dell’allarme sociale. I media non creano il consenso soltanto nei giorni della campagna elettorale, lo definiscono soprattutto nei giorni meno sorvegliati quando stili di vita, visioni del mondo, linguaggi sono imposti come luoghi comuni.
Il mediatore diventa così il dato reale e i fatti non hanno consistenza senza un’immagine che li renda percepibili.
La politica diventa sempre più sondaggio e la retorica facile sull’e-government, sulla via tecnologica a un’agorà senza schiavi, nasconde la profonda implosione civica provocata dal tramonto delle forme della politica.
In Italia l’agorà ha un padrone privato che gestisce anche lo spazio della decisione pubblica.
Il declino dei partiti di massa “ha eliminato il più importante motore sociale che poteva spingere uomini e donne a diventare cittadini politicamente attivi. I partiti diventano sempre più gracili e nella società post-moderna “essere ricchi e famosi diventerà la strada più sicura per conquistare un incarico di prestigio”. Nella democrazia contemporanea i media sono una componente della vita politica più importante dei partiti e dei sistemi elettorali ed è probabile che rimangano tali. Il partito era la soluzione, è stato visto come il problema. Per questo abbondano partiti ultraleggeri con un leader forte esaltato dalla splendida solitudine elettronica e dall’affrancamento da ogni legame con una ideologia.
Il crollo dei profili organizzativi dei partiti e la scorciatoia mediatica producono una sorta di delirio di onnipotenza del politico.
Il referendum indiscriminato (es. in California inseriti 51 quesiti in una sola scheda), la proliferazione del sondaggio a fini politici, confermano la tendenza della politica ad allontanarsi dalla rappresentanza e dalla delega per avvicinarsi al diretto coinvolgimento dei cittadini nella decisione.
Questa tendenza ad una politica a portata di clic, accentuata in Italia con le riforme populiste degli anni ’90, determina un inarrestabile declino delle forme collettive dell’agire politico in favore di una politica plebiscitaria che adotta uno stile retorico recuperato dal messaggio pubblicitario.
Le campagne elettorali personalizzate soppiantano le antiche dispute ideologiche delle idee. Per certi versi gli “esperti di sondaggi” sono i moderni indovini.
Si riscontra una presenza sempre più marginale della politica nella vita: i sondaggi assicurano un “elettrocardiogramma permanente del corpo elettorale” e la fabbrica dei segni avvicina l’offerta politica a una banale vendita del prodotto commerciale.
di Laura Polizzi
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