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C’è bisogno e bisogno: Maslow

Nella seconda metà del 1900, Maslow rappresentava i bisogni come in una piramide. I bisogni sono rappresentati in scala: dai bisogni primari, fisiologici, la cui soddisfazione garantisce la sopravvivenza di qualunque essere umano, ai bisogni secondari ma non meno importanti la cui soddisfazione consente l’autorealizzazione individuale. Se non si risponde ai bisogni primari e difficile che i secondari non solo vengono colmati, ma addirittura si manifestino.
Secondo Riccardo Massa, il bisogno, come categoria concettuale e operativa , descrive e prescrive: nel modo in cui il bisogno si manifesta e nel modo in cui si risponde a esso è in gioco il buon funzionamento dell’organismo. Il bisogno, soprattutto quello primario, essendo fisiologico, non solo descrive come funzioniamo, in maniera in un certo senso oggettiva, ma in qualche modo indica anche ciò che occorre fare se un bisogno fisiologico e nutrirsi occorre nutrire, e in modo adeguato, sempre. Il bisogno dunque descrive oggettivamente, dopo un attenta osservazione come funzioniamo e quindi prescrive come si deve funzionare. Il punto è che descrive le funzioni di un corpo visto innanzitutto come organismo. Non che sia sbagliato occorre pero chiedersi come siamo abituati a rappresentarci ciò che chiamiamo “bisogno”.
L’alimentazione è determinata da un vuoto e, con il cibo, il vuoto sparisce, si colma un bisogno. Rimane, però, il gusto dell’alimentazione che potrebbe andare oltre il bisogno.
Nel trattamento dei bisogni, è in gioco la possibilità di apprendere a controllare a governare le situazioni che essi creano Occorrono allora gesti, tempi e quindi parole altrui per esercitare e acquisire il controllo del proprio funzionamento: questo vale non solo per i bisogni primari, ma anche per altri tipi di bisogni, per esempio per il bisogno di sicurezza, piuttosto che di appartenenza e riconoscimento sociale.
Non esistono bisogni fisiologici in sé: ma modalità di viverli, di dare loro significato, anche attraverso semplici gesti che li esprimono o che li accompagnano. Si tratta di significati situati all’interno di visioni del mondo, di culture differenti.
Non si mangia solo per mangiare, ma anche per condividere con qualcuno ciò che ci nutre, per scambiare qualcosa, non si dorme solo per ricaricarsi ma anche per riposarsi, per sognare, per rielaborare quanto accade nella vita diurna.
Dietro il bisogno ci può essere quindi l’organismo, ma ci può essere anche la persona, o meglio un soggetto che, essendo immediatamente in relazione con il mondo e con gli altri attraverso il suo corpo, sede dei suoi cosiddetti bisogni, dà forma a se stesso, costruisce la sua esistenza dando senso a ciò che sente, a ciò che fa e a ciò che pensa all’interno di un contesto.
In quest’ottica, il bisogno diventa altro: non solo mancanza, esigenza fisiologica da ascoltare per soddisfarla ma esperienza corporea che avviene in un contesto relazionale e che può acquistare significati differenti esistenzialmente fondamentali proprio nel momento in cui il bisogno stesso è terreno di esperienza relazionale.
Tra «cura autentica» e «cura inautentica»
Il nostro aver cura ha a che fare con la possibilità di istituire delle situazioni in cui le persone ogni giorno possano scoprire chi poter essere proprio in quanto tali bambini e bambine persone disabili anziane senza fissa dimora, con i propri bisogni e limiti. La cura cade nell’inautenticità quando invece si arresta alla considerazione dell’effettività quando non abita l’oscillazione tra effettività e possibilità.
Aver cura delle persone ci rimanda quindi all’ aver cura del loro corpo, dei loro bisogni, dei loro limiti. E mette in contatto, inevitabilmente, con le modalità con cui individualmente, socialmente e tradizionalmente abbiamo imparato ad aver cura.
di Anna Bosetti
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