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Conclusioni: dimenticare l'aborto

Né la legalizzazione dell'aborto, né le costruzioni sviluppate in ambito filosofico con l'obiettivo di consolidare la legalizzazione legittimando l'aborto, né i dispositivi di tipo costruzionista che operano una distinzione radicale tra il feto senza valore (tumorale) ed il feto senza prezzo che prefigura il nascituro (autentico) sono riusciti a porre fine ai dibattiti ed ai conflitti sull'aborto. Nell'ambito della legge la legalizzazione dell'aborto si è trovata a dover affrontare nuovi problemi nati dallo sviluppo delle biotecnologie che esigono la formulazione di uno "statuto dell'embrione". Questo conflitto ha buone probabilità di estinguersi completamente solo con la scomparsa dell'aborto o, piuttosto, con il suo ritorno nell'ombra da cui nelle società occidentali lo ha fatto uscire, a partire dall'800, una congiuntura storica particolare.
Per gli esseri umani in società la contraddizione ha un carattere insopportabile, probabilmente perché inibisce l'azione e, impedendo ogni possibilità di coordinazione, sfocia nella violenza; ne consegue che molti dispositivi sociali, generalmente associati a ideologie, assumono un rilievo particolare in relazione alla loro funzione di ridurre contraddizioni specifiche che, se non sono in grado di risolvere, possono almeno attenuare o dissimulare. Il caso dell'aborto, però, è diverso: esiste un essere, il feto, di cui bisogna decidere se verrà mantenuto in vita o verrà distrutto e non c'è soluzione intermedia → per cercare di attenuare la contraddizione, ci si allontanerà dalla questione del bene per orientarsi verso quella del male. L'operazione consisterà nell'ordinare diverse espressioni del male in modo da orientare l'azione in funzione di una logica del minor male che, comunque, resta un male. Mentre l'azione orientata verso il bene deve affrontare un'esigenza di giustificazione, l'azione guidata da una logica del minor male può fornire solo delle scuse che, però, a differenza delle giustificazioni, non hanno pretesa di legittimità → l'aborto non è legittimabile perché non può essere trattato come un bene né può avere una giustificazione generale in funzione di un'esigenza legittima, senza per questo essere penalizzabile. Ne consegue che le occasioni in cui prevale il riferimento al minor male avranno la tendenza a sottrarsi il più possibile all'esposizione nella sfera pubblica. Se ne può parlare, certo, ma piuttosto in una relazione privata, ufficiosa, o in situazioni protette da un segreto istituzionale. Gli elementi della realtà che vengono tacitamente tollerati, con il loro carattere negativo, non vengono radicalmente rimossi né sospinti negli abissi dell'inconscio, anche se si tende il più possibile ad allontanarli. Siccome il male, anche se inserito in una gerarchia, resta sempre un male, le persone avranno la tendenza ad evitare di considerarlo troppo a lungo ed a chiudere gli occhi; perché questi si aprano, è necessario che alcune delle persone lese dal (minor) male si facciano sentire con sufficiente forza da poter intervenire nella "concorrenza delle vittime" e pretendano di modificare la gerarchia generalmente ammessa fra diversi tipi di mali. E' possibile che in certi casi, come l'aborto, la contraddizione che la logica del minor male tendeva ad attenuare o rendere meno visibile, abbia radici antropologiche e che quindi il tentativo di rendere legittimo ciò che fino a quel momento era considerato un male ne faccia riemergere gli aspetti intollerabili, suscitando un movimento di fuga e di paura che porta alla ricerca di mezzi che consentano di dimenticarlo nuovamente.

Sembra che le critiche rivolte da 30 o 40 anni alla pratica dell'aborto tendano verso un orizzonte caratterizzato dalla sua scomparsa. Coloro che si oppongono alla sua legalizzazione e sperano in una reintroduzione della penalizzazione, dimenticano quanto fosse elevato il numero degli aborti prima della legalizzazione e minimizzano le sofferenze causate dagli aborti clandestini; l'aborto scomparirebbe nel senso che verrebbe gettato nell'ombra ma la sua presenza effettiva sarebbe ancora più grande e discutibile. Un tale obiettivo sembra anche utopistico perché presupporrebbe che l'arrangiamento con il Creatore ridiventi preponderante, pur essendo dissociato da un arrangiamento a cui nel passato è stato legato quasi indissolubilmente, cioè l'arrangiamento con la parentela che tollerava la soppressione con diversi mezzi di un gran numero di aspiranti all'umanità. Si può immaginare che compaia un nuovo arrangiamento a sostituire il progetto parentale: è la Terra, Gaia, intesa come l'insieme degli esseri viventi che risiedono nel pianeta secondo l'ottica dell'ecologia radicale. Gli esponenti più radicali di questa corrente pensano che, in nome dell'egualitarismo bio centrico, si debba considerare l'eventualità di una riduzione drastica degli effettivi dell'umanità → non è chiaro quale/i istanza/e deterrebbe l'autorità per attuare le misure opportune e quali sarebbero i criteri di selezione per determinare chi ha o non ha il diritto di generare e di nascere → un tale arrangiamento con la Terra assegnerebbe ad aborto, sterilizzazione e vasectomia un ruolo importante.

Anche i fautori della liberalizzazione criticano la situazione attuale dell'aborto, orientandosi in due direzioni: - denuncia di tutti i dispositivi della legge del 1975 che limitano le possibilità di abortire attraverso la regolamentazione e per mezzo di un ostruzionismo di fatto; - presa di mira di tutto ciò che, nei dispositivi attuali o nell'atteggiamento di coloro che li fanno funzionare, tenderebbe a colpevolizzare le donne, lasciando intendere che l'aborto ha un carattere trasgressivo.



Tentativo di sdrammatizzazione dell'aborto: oggi presenta rischi medici insignificanti, turba meno le donne che non sono più succubi di credenze religiose o di tabù sociali, è entrato a far parte del costume e lo sviluppo di tecniche farmacologiche, molto meno costose per lo Stato, sembra andare in questo senso. Tale dispositivo, se generalizzato, contribuirebbe a far sparire l'aborto in quanto tale ed a stabilire una sorta di continuum con la contraccezione.

Oggi si prospettano scenari fantascientifici come far sparire la generazione tramite l'accoppiamento sessuale e spostare la riproduzione fuori dal corpo umano.
Per i sostenitori di questa utopia tutto ciò contribuirebbe a:
- sganciare totalmente sessualità (attività ludica orientata al piacere) e generazione (presa in carico dal collettivo o da un suo segmento specializzato, tramite tecnologie sofisticate);
- annullare le differenze fra i generi e quindi il sessismo;
- eliminare l'aborto.

Senza arrivare a tanto, se nel mondo la possibilità di disfarsi di ciò che è stato generato perdesse la sua dimensione tragica, le condizioni della generazione umana potessero accedere ad una piena trasparenza e lo scarto fra ufficiale ed ufficioso potesse essere completamente riassorbito:
- la legittimità di V1 (selezionare fra gli esseri venuti ad inscriversi nella carne quelli da adottare tramite la parola) verrebbe riconosciuta ufficialmente come atto pubblico;
- V2 (vincolo di non discriminazione) si cancellerebbe da sé;
- grazie alla tecnologia ed alla possibilità di test "predittivi" la selezione dei feti da adottare non sarebbe più arbitraria → diritto di "giudicare la vita" e di sostituire ai feti difettosi, feti di qualità migliore in nome degli interessi soggettivi del nascituro → eugenetica liberale.



Si pone il problema di come si costituisce la differenza umana: ad una differenza instaurata arbitrariamente e che attraversa ogni essere umano, rischierebbe di sostituirsi un differenziale che va dai più umani ai meno umani.


La selezione dipenderebbe dalle rappresentazioni della piena umanità, variabili a seconda di persone e gruppi. L'appartenenza una volta per tutte all'umanità non sarebbe più scontata per nessuno e, soprattutto, alcuni esseri umani deterrebbero il potere esorbitante di definire e ridefinire la differenza umana, basandosi essenzialmente su proprietà ancorate nella carne.
Le società umane, tuttavia, non accettano incondizionatamente tutti gli esseri che vengono ad inscriversi nella carne, né una selezione di certi esseri corrispondenti ad un formato predefinito, attuata in funzione di un'esigenza pubblica.


 
Gli esseri umani hanno il potere di operare questa selezione e questo potere aumenterà ma quale istanza (le istanze non sono mai persone individuali) darà loro l'autorità per dis/fare bambini?

L'uscita allo scoperto della questione dell'aborto e la sua legalizzazione, che è stata determinante nel consentire lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, hanno riaperto il dibattito sull'umanità e sulle sue frontiere, che si era cercato di chiudere per sempre dopo gli orrori della II GM riattivando la problematica dei diritti dell'uomo. Oggi si riapre la questione antropologica, cioè si prende coscienza del fatto che la definizione dell'umanità degli esseri umani non appartiene all'ordine della necessità, non è un dato acquisito ma può sempre essere rimessa in discussione.

Un tale convergere di sforzi da entrambi gli schieramenti (pro e contro) nel tentativo di ricacciare l'aborto nell'ombra e di dimenticarlo (rimozione), si spiega per il fatto che, quando si trova esposto, esso mette a nudo le tensioni della generazione umana. Farla finita diventa una necessità per: - chi guarda ad un passato idealizzato e mai esistito nel quale ci si accontentava di accogliere i bambini venuti nella carne, senza doverli adottare e confermare nella loro umanità; - chi guarda al futuro e vorrebbe che i bambini potessero essere ben fatti come altre cose, fingendo di ignorare le condizioni (abitate da una tensione interna insuperabile) che presiedono alla generazione degli esseri nuovi. Entrambe queste utopie presuppongono un tentativo di sbarazzarsi degli aspetti inquietanti della sessualità, legati al suo rapporto ambiguo con la generazione: - nel primo caso si tratterebbe di negare qualsiasi autonomia alla sessualità e, in un certo senso, di dimenticarla; - nel secondo si vorrebbe sganciare definitivamente la sessualità dalla generazione, in modo che alla prima venga conferita un'autonomia che dia libero corso ad un piacere senza ostacoli ed alla seconda la qualità e l'affidabilità che in una società tecnicizzata si ha diritto di pretendere da qualsiasi opera, qualunque ne sia la destinazione.
di Viola Donarini
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