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Dallo strutturalismo alla interpretazione

Dallo strutturalismo… Nel suo ufficiale secolo di vita, la semiotica ha visto nascere diverse impostazioni teoriche tese a consolidare tradizioni scientifiche che hanno prolungato i due filoni saussuriani e peirciani. Le caratteristiche essenziali dello strutturalismo saussuriano sono il principio di immanenza che riflette sull’esistenza di strutture astratte non ancora espresse e sull’esclusione dall’analisi delle reali esecuzioni. Ricordiamo qui brevemente tra i massimi esponenti il linguista danese Louis Hjelmslev, il semiologo francese Roland Barthes e il linguista-semiologo Algirdas J. Greimas. Hjelmslev, sostenendo che, come i suoni sono composti da un numero finito di tratti fonologici, così anche i significati dovrebbero poter essere scissi in una serie limitata di componenti minimi, con carattere universale. Critico teatrale, Barthes comincia la sua carriera di semiologo propungnando una semiologia delle connotazioni. Calate dalla borghesia sulla scrittura, tali connotazioni avrebbero offuscato il cosiddetto “grado zero” della lingua, quello denotativo, coprendola così di ideologie socaili. Dissipandole, Barthes cerca di riconquistarne una forma “bianca” attraverso cui rinnovare una società libera, senza ideologia, senza classi. Nonostante rientri nella corrente dello strutturalismo, egli elabora nel tempo una semiologia basata sull’intuizione soggettiva, evidentemente lontana dallo scientismo assunto dalla corrente stessa. Oltre i segni, esiste qualcosa che può essere liberamente colto e che non sempre può definirsi “codificato”. I segni sono punti di intersezione di complessi sistemi soggiacenti diversi ed è soltanto dall’analisi integrata di tali sistemi che si può avere un quadro complessivo di una dimensione socio-culturale. Lituano, di adozione francese, Greimas, fondatore della Scuola di Parigi, inaugura con un testo dal titolo Semantica strutturale una semiotica a fondazione semantica che differisce tanto dalla linguistca lessicale, quanto dalla semiologia dei segni, quanto dalla semiologica interpretativa. Partendo da Hjelmslev, egli articola in un primo momento, il significato del segno in tratti pertinenti: supera la nozione di segno cercandone le più minime unità, ovvero specifiche categorie minime (ora definite semi) che nella loro combinatoria formano fasci di semi (sememi), ovvero percorsi di senso. In seguito, superando la semiotica del segno, si preoccupa di scoprire le relazioni significanti che sottendono l’apparizione del segno stesso. Approfondisce così le dinamiche generali della produzione del senso, procedendo verso una semiotica testuale detta seimotica generativa. Le superfici dei testi, apparentemente diverse l’una dall’altra, derivano da diversi livelli di articolazione ad ognuno dei quali corrisponde un tipo di struttura asstratta e riproducibile che genera al livello successivo ulteriori articolazioni. Alla base più profonda di ogni testo ci sarebbe una semplice opposizione di valori che nei vari piani della generazione acquista una costruzione sempre più complessa fino ad arrivare alla manifestazione di superficie.

…alla interpretazione. A partire dagli studi semiotici di Peirce (e di Greimas) si delinea una nuova tendenza che gioverà alla seconda fase della semiotica, quella interpretativa, rappresentata in Italia da Umberto Eco. Dal Trattato di semiotica (1975) in poi, le sue riflessioni verteranno sui meccanismi inferenziali, quale motore della macchina dei segni, e sul testo come oggetto di studio. In Lector in fabula egli descrive, un progetto di analisi pragmatica, dove cioè l’intervento del lettore collabora nella costruzione del senso di un testo, di per sé definito come macchina pigra. A questo punto sorge però una domanda e cioè: è possibile stabilire un limite entro il quale le interpretazioni sono condivise? A questa domande la corrente post-strutturalista del decostruzionismo ha risposto scardinando il carattere coerente del linguaggio e dei testi per evidenziare proprio gli aspetti contraddittori, le fratture nell’organizzazione e nella coerenza che dovrebbero organizzare le nostre costruzioni mentali. Le pratiche di decostruzione hanno spostato l’attenzione sulla libera iniziativa individuale tanto da far diventare il testo un puro stimolo per la deriva interpretativa. Ogni lettera è, dunque, intrensicamente una lettura sbagliata. Fabbri ravvisa nell’impostazione decostruzionista un’esigenza di distruggere l’idea di codice dominante negli anni Sessanta decodificare non era legato al comprendere quanto piuttosto ad una radicalizzazione intellettuale. Il testo offre sempre dei vincoli di “fedeltà” che, se seguiti, razionalizzano il rinvio incontrollabile dei segni ad altri segni fino ad approdare ad un senso comunemente condiviso.
di Niccolò Gramigni
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