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Elementi per un giudizio di colpevolezza: la conoscenza del precetto

Per essere motivati dal diritto occorre conoscerlo, qua si pone il problema della ignorantia legis.
Come abbiamo visto, la colpevolezza consiste nella possibilità che il soggetto aveva di motivarsi in conformità del diritto.
Viene da sé che per potersi motivare in base al diritto occorre la conoscenza o quantomeno la conoscibilità dei suoi precetti.
A determinate condizioni, ecco perché l’ignonantia legis diviene causa impeditiva della colpevolezza.
Per sussistere un giudizio di colpevolezza deve esserci, in testa al reo, la conoscenza o anche la sola conoscibilità del precetto.
Conoscibilità va intesa nel senso che con una richiesta di informazione si sarebbe venuti a conoscenza del precetto.
Ovvio che, se la colpevolezza si basa sulla conoscenza del precetto, la pena sarà maggiore per un fatto compiuto in conoscenza rispetto che in semplice conoscibilità del precetto.
La parificazione della conoscibilità alla conoscenza porta ad una estensione della colpevolezza dal momento del fatto a quello della mancata richiesta d’informazione, cioè una pre-colpevolezza come quella vista per l’infermità volontaria o colposa.
L’ignonantia legis, quindi, scusa soltanto quando è inevitabile.
Ma quale deve essere l’oggetto dell’ignonantia legis? Cosa deve riguardare?
Ovviamente non la coscienza o conoscibilità del precetto in senso tecnico, bensì è opinione diffusa che la conoscenza o conoscibilità debba riguardare l’antigiuridicità del fatto, cioè la sua generica illiceità, si noti: generica e non specificatamente penale.
Aspetti particolari si notano nei reati colposi, dove il reo può non avere la conoscenza di tutti gli elementi del fatto tipico.
In tali casi si ritiene che la conoscenza o conoscibilità rilevante ai fini della colpevolezza possa riguardare non tanto il fatto tipico quanto invece la norma cautelare da cui il soggetto attivo si è discostato.
Se un soggetto non ha la conoscenza di un precetto, come si può pretendere che egli si informi sulla sua disciplina normativa?
Le scienze psicologiche affermano che colui che non conosce è spinto ad assumere la conoscenza attraverso l’informazione solo se ne ha un motivo.
A questo punto occorre distinguere tra i c.d. reati naturali e i c.d. reati artificiali.
Quando un soggetto nutre un dubbio sulla antigiuridicità di un fatto, in quanto il suo disvalore è impregnato nella società e quindi pre-giuridico, c.d. reati naturali, come ad esempio nell’omicidio, è ovvio che questo dubbio è un valido motivo per ritenere che il soggetto avrebbe dovuto informarsi sulla considerazione giuridica del fatto di omicidio.
Quando invece un soggetto non nutra di per sé dubbi sulla illegittimità di un fatto apparentemente lecito, in quanto il suo disvalore risiede in una particolare previsione del legislatore, c.d. reati artificiali, allora si ritiene che il soggetto avrebbe avuto un valido motivo per informarsi sulla effettiva disciplina normativa del fatto in quanto consapevole che questo è sottoposto a disciplina giuridica.
Una volta accertato che il soggetto aveva un motivo per richiedere informazioni relativamente a precetti, occorre verificare che questa possibilità di conoscibilità fosse realmente sussistente.
Ciò dipende da fattori oggettivi (chiarezza del precetto) e da fattori soggettivi (capacità conoscitive in materia del soggetto).
Casi di ignorantia legis inevitabile in modo assoluto sono rari se non inesistenti, e in ogni caso è sempre relativa, cioè dipende dai fattori oggettivi e soggettivi di ogni caso concreto.
Nella pratica si è cercato di ricondurre i fattori oggettivi e soggettivi a dei modelli standard o astratti.
Per quel che riguarda i fattori oggettivi si tende a distinguere in base all’autorevolezza della fonte di informazione (autorità amministrativa, passata giurisprudenza, consulenza legale, ecc…): più la fonte è autorevole più l’errore di conoscenza si ritiene inevitabile.
Per quel che riguarda i fattori soggettivi ci si muove secondo modelli astratti del soggetto agente, tenendo conto delle sue condizioni sociali e professionali.
In ogni caso questi modelli, molto complessi e non sempre validi, non sono estremamente rilevanti per la determinazione in giudizio della inevitabilità della ignorantia legis, in quanto tale giudizio viene effettuato tenendo conto principalmente degli standard oggettivi.

di Stefano Civitelli
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