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Gli effetti delle politiche di privatizzazione



Per la maggior parte degli anni Novanta le privatizzazioni sono state considerate una sorta di elisir che avrebbe trasformato le letargiche imprese di stato in soggetti produttivi, dinamici e creativi, che avrebbero servito meglio il pubblico interesse. In economia però non esistono soluzioni miracolose e la convinzione che il cambio di proprietà sia bastato a rilanciare attività decotte ha finito per produrre risultati deludenti.
I programmi di privatizzazione hanno ridotto il ruolo delle imprese pubbliche nella vita dei paesi industrializzati, ma lo stesso non è accaduto nelle economie meno sviluppate.
Molti studi hanno sottolineato la maggiore efficienza e redditività delle imprese private in confronto a quelle pubbliche, ma non è obbligatorio il fatto che le imprese pubbliche siano di per sé meno efficienti di quelle private. Quanto alla redditività molto dipende da quale misura della performance viene impiegata: le imprese pubbliche sono spesso tenute a massimizzare più il benessere sociale che il profitto.
Alcune imprese pubbliche in determinati settori sono state in grado di reggere la concorrenza, quanto a produttività ed efficienza, delle imprese private: nelle assicurazioni in Germania, nelle public utilities in Gran Bretagna, nelle ferrovie ed elettricità in Canada.
I processi di privatizzazione nei paesi ex socialisti hanno creato inizialmente un grande ottimismo: tuttavia il cambio di proprietà non ha generato le trasformazioni sociali attese e non è stato nemmeno in grado di fermare il declino di queste economie. Spesso i cittadini sono disincantati di fronte alla privatizzazione: essi associano la privatizzazione alla perdita del lavoro, all'aumento dei prezzi e alle oscure trattative che hanno finito con il favorire degli interessi di stranieri, raccomandati e corrotti. (Questo avvenne in Russia, ex socialisti, Cile, America Latina).
In materia di efficienza e performance non è tanto la nuda proprietà (pubblica o privata) a fare la differenza, quanto l'insieme dei cambiamenti, la struttura dei mercati e le modalità di funzionamento o organizzazione dell'impresa che accompagnano la privatizzazione. La Finlandia e la Svezia, piuttosto che smantellare il proprio apparato statale di imprese pubbliche, si sono sforzate di rendere i mercati estremamente concorrenziali.
Le imprese denazionalizzate tendono a mostrarsi più redditizie e solide dal punto di vista finanziario. Ciò ha sovente portato tagli all'occupazione e una razionalizzazione organizzativa, il che rappresenta la ovvia conseguenza del cambio di missione assegnato all'impresa nel suo passaggio da pubblica a privata: fare profitti e creare valore, piuttosto che agire da ammortizzatore sociale.
L'intervento diretto dello stato nelle economie ha svolto in passato un ruolo determinante nello sviluppo di attività che altrimenti sarebbero state trascurate, soprattutto nei paesi giunti in ritardo alla soglia dell'industrializzazione, e nel sostenere e salvare l'iniziativa privata nelle economia avanzate nei momenti di crisi profonda. L'ingerenza dello stato nell'economia si è ampliata al di là di ogni limite ragionevole, distorcendo il libero funzionamento del mercato, ostacolando o precludendo un'attività concorrenziale delle imprese private: l'immagine pubblica dello stato è andata assimilandosi a quella di un letargico organismo, che esercita pratiche collusive sia all'interno per difendere i propri pregi, sia all'esterno per essere protetto dalla concorrenza, a tutto svantaggio dei propri clienti (i cittadini).
di Melissa Gattoni
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