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IL DIBATTITO PUBBLICO

Il dibattito pubblico se non è informato ed è caricato di un eccesso di giudizi e di valutazioni, tende a ridursi solamente a queste ultime e, quasi per natura, a polarizzarsi tra posizioni dicotomiche, tra due beni assoluti e due mali assoluti, con riferimento ai principi non ai fatti. Questa polarizzazione favorisce il mantenimento e il prevalere delle opzioni etiche più tradizionalistiche a scapito di quelle laiche e argomentative, fino a recare sostegno a una concezione della bioetica di tipo difensivo. Ne risulta aggravata la tendenza ad appiattirsi sulle posizioni più tradizionalistiche che già rappresenta l'inevitabile frutto del divario tra l'innovazione scientifica e la minor velocità del mutamento e dell'adeguamento della cultura. La via per ridurre questo divario è offerta dal dibattito pubblico serio e consapevole, ma le comunicazioni di massa non sembrano favorire tale dibattito.

Nel nostro paese l'opera d'informazione e di formazione dell'opinione pubblica rimane appannaggio di alcune libere associazioni, come la Consulta di Bioetica le quali solo raramente hanno i mezzi e le possibilità di fomentare ampi dibattiti pubblici.

Le istituzioni chiamate ad adottare scelte pubbliche sono al tempo stesso complici e vittime della polarizzazione dicotomica del dibattito pubblico: vittime perchè ne restano paralizzate, e complici perchè possono discostarsi in modo apparentemente legittimato dal modello di etica pubblica di riferimento che appare dovuto.

Le questioni bioetiche, connotate dalla presenza di divergenti opzioni morali necessitano l'adozione di scelte pubbliche e quindi di regole giuridiche di tipo mite, contro l'immobilismo giuridico italiano, a fronte del pluralismo anche etico che ormai ci circonda. La via d'uscita a quest'immobilismo dunque è proprio un orientamento normativo di tipo mite, volto a individuare norme di carattere piuttosto regolativo e procedurale, tali da consentire l'esercizio delle scelte individuali, che non norme impositive che determinano scelte vincolanti, obblighi e divieti. Questo tipo di orientamento oltre che opportuno è anche equo ma soprattutto possibile come casi quali la depenalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza o la riforma del diritto della famiglia hanno dimostrato.

Che in Italia si riscontrabile una pluralità di morali diffuse è un dato di fatto, riconosciuto dalle stesse gerarchie della Chiesa cattolica romana. Manca tuttavia una cultura del pluralismo, occorre condividere una cultura della coesistenza pacifica delle diverse opzioni morali, nella consapevolezza che la morale non può e non deve essere unitaria, proprio perché è per sua natura individuale e non può fondare scelte istituzionali. Manca la cultura della tolleranza intesa come riconoscimento della pari dignità di tutte le opzioni morali. Questo progresso culturale solo consente il passaggio dalla costatazione del fatto della pluralità al riconoscimento del pluralismo, come valore laico fondante della convivenza civile.

Da questa carenza culturale discende in primo luogo la paralisi delle scelte pubbliche.

La ricerca, ad oggi, è in massima parte svolta a scopo di profitto ed è quindi dettata dalle sue potenzialità applicative, sicchè nella ricerca scientifica l'interesse economico ha sostituito la curiosità. Il marketing viene prima della ricerca e influenza le scelte e le idee, di modo che le ipotesi e le teorie scientifiche rischiano di non essere più una costruzione sociale e culturale, ma una costruzione del mercato. Questa tendenza rivela i rischi e il danno della riduzione del finanziamento pubblico alla ricerca, perché la ricerca scientifica finanziata dalla mano pubblica è l'unica che potrebbe essere veramente libera e volta a fini puramente conoscitivi, l'unica veramente “di base”. Nella grande parte della ricerca dunque il primo a dettare le regole allo scienziato è il committente o il mercato, anche contravvenendo ai criteri e alle regole intrinseche della ricerca scientifica. Un controllo di tipo esterno anziché solo di tipo interno non appare immotivato. Molti ricercatori sono contrari a regole di controllo esterno e avanzano il timore che un controllo di questo tipo possa rappresentare un ostacolo alla ricerca e alla sua libertà (o per i vantaggi economici dei ricercatori?). Fattostà che si prospetta la preoccupazione che i controlli per quanto ristrettivi e rigorosi, possano finire, proprio perché la scienza si è data nonostante tutto certe sue regole intrinseche che spesso legittimano in nome della scienza pratiche valutate eticamente riprovevoli, dall'altro lato invece si sostiene che nel diritto esistente siano già presenti almeno a livello costituzionale, regole sufficienti per disciplinare questa come altre materie. Contrariamente il diritto finirebbe per non favorire più la sua dichiarata costruzione di armonia e ordine sociale, si volterebbe in una fonte di conflitti. Ciò dimostra che abbiamo bisogno da parte delle istituzioni di un atteggiamento mite, cioè di tipo eminentemente procedurale, regole tali da consentire a ciascun cittadino di tenere comportamenti conformi alla sua propria opzione etica col solo limite del NEMINEM LAEDERE, restando libero ogni cittadino del ricorrere o meno agli strumenti offerti dalle regole formali.

Il dibattito pubblico, di suo, può informalmente controllare e garantire che le regole intrinseche della ricerca scientifica vengano davvero applicate.

POCAR

Pocar in conclusione ritiene che: l'informazione e la formazione dei cittadini rappresentino la strada maestra per creare il terreno adatto a un intervento istituzionale adeguato e responsabile secondo una prospettiva laica, secondo un orientamento che coniughi tanto la capacità di ciascuno di pensare liberamente, quanto la capacità delle istituzioni di consentire a ciascuno di pensare liberamente. Un dibattito pubblico adeguatamente e correttamente informato appare un presupposto essenziale e ben potrebbe definirsi una genuina bioetica difensiva.
La carenza informativa rende vano il principio fondamentale della bioetica delle scelte individuali e quello dell'autonomia dell'individuo.
La disinformazione non è imputabile solamente ai media i quali sicuramente non contribuiscono a fornire un'informazione adeguata come potrebbero e dovrebbero fare. La conseguenza è che prevalgano scelte individuali fondate su pregiudizi (etica tradizionale) piuttosto che su giudizi argomentati di tipo razionale riferibili a conoscenze adeguate dei fatti (etica razionale).
L'individuo e la società disinformata non possono autodeterminarsi in modo libero e consapevole, vale a dire che non possono autodeterminarsi affatto.

di Marianna Tesoriero
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