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Il bambino che diventò un uccello muni


C’erano una volta un bambino e sua sorella maggiore, si chiamavano reciprocamente Ade. Un giorno andarono insieme a pescare gamberetti d’acqua dolce in un ruscello. La bambina riuscì ad acchiapparne 3, per ognuna di queste volta il bambino piagnucolando pregava la sorella di darglielo, ma lei rifiutò discendo che i 3 gamberi erano rispettivamente uno per il padre, uno per la madre ed uno per il fratello maggiore. Il bambino era molto triste ma improvvisamente riuscì ad acchiappare un gamberetto piccolissimo. Lo strinse forte nel pugno, quando aprì la mano, era tutta rossa, separò la carne dal guscio, ponendo quest’ultimo sul suo naso, che improvvisamente diventò di un colore rosso violaceo. Poi, il bambino si guardò le mani, erano ali. Quando a sorella si voltò e si rese conto che il fratellino era appena diventato un uccello si disperò e iniziò a gridargli “Oh Ade, non volare via”. Lui aprì la bocca per risponderle ma non uscirono parole, solo il verso piangente in falsetto acuto dell’uccello muni (la colomba frugivera bella). Iniziò a volare ripetendo il richiamo muni, un e discendente.
La sorella si mise a piangere e gridò “Oh ade non andare via, viene prenditi i gamberetti, mangiali tutti”, ma tali furono parole vane. Ora il bambino era un uccello muni, il suo verso piangente dopo un po’ diventò più lento e costante, fino a diventare un verso cantato: “Il tuo gamberetto, Non me l’hai dato, Non ho un Ade, Ho fame”.
Questa storia è un’affermazione sugli uccelli, sui valori sociali e sulla produzione di suono. Si tratta di una delle dodici storie kaluli sugli uccelli, tra queste anche diverse altre riguardano i suoni. Sono storie molto brevi e conosciute dalla maggioranza della popolazione del Bosavi. Nessuna di esse fa parte di un corpus di tradizioni o credenze esoteriche o rituali quindi non sono in alcun modo soggette a vincoli. Sono storie che possono essere raccontate da chiunque e qualsiasi momento.
di Marianna Tesoriero
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