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Il blocco di centro dopo le elezioni del 18 aprile 1948 – Paolo Farneti

Le tre forze politiche principali del paese uscirono mutate dalla prova del 18 aprile. La coalizione di governo raccolse il 61% dei voti (DC 48%, Terza Forza 13%), il blocco di opposizione il 31%. Si ebbe pertanto uno slittamento verso il centrodestra del 10% dei voti, voti molto probabilmente dei ceti medi, a cui d’ora in poi si rivolgerà con maggiore attenzione il blocco di centro.

Nel quinquennio 1948-53, la semplice alleanza cattolico-liberale si trasformò in un blocco di centro, un’organizzazione di forze sociali, politiche e istituzionali eterogenee ma unite in un comune disegno politico:
Blocco fra contadini e ceti medi, attraverso soprattutto le clientele meridionali di cui diventerà strumento importante la Cassa per il Mezzogiorno, e sulla base della partecipazione e dell’impegno della struttura associativa della Chiesa attraverso la mobilitazione di massa. Solo la Chiesa poteva sostenere l’interclassismo i cui poli erano ceti contadini e ceto medio dipendente e indipendente.
Blocco fra classe politica di governo e Confindustria (l’intesa De Gasperi-Costa) con l’estromissione dei sindacati dalle aziende. Si trattò di attuare il modello di sviluppo liberista.
Blocco fra classe politica di governo e burocrazia statale sulla base della vecchia organizzazione dello Stato, che fu sancita con il congelamento della Costituzione, evitando la riforma dello Stato.

Tale assestamento, che doveva trovare compimento nella legge maggioritaria e nel mutamento profondo della struttura economico-sociale del paese fallì: il mancato scatto della legge truffa e le conseguenze inattese dal punto di vista economico-sociale sfuggirono di mano. Alle elezioni del 1953 la DC perse l’8%, ma se ciò era nelle previsioni, più interessante è la perdita di voti del blocco di centro, la cui erosione fu provocata dal movimento pendolare del blocco di centro dei ceti medi tra centro-destra e centro-sinistra che caratterizza anche la politica degli anni successivi.

di Domenico Valenza
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