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Il capitalismo nel XIX secolo - Pierre Rosanvallon

L’espressione sistema capitalistico ha spesso indotto in errore. Il capitalismo non è la realizzazione di un’utopia o di un piano di società. Non è il risultato di una costruzione razionale e premeditata. Il capitalismo è la risultante di pratiche economiche e sociali concrete. Esso designa una forma di società nella quale una classe sociale, i capitalisti, controlla l’economia e le forme di organizzazione sociale che interferiscono con la vita economica. Questa definizione permette di rimuovere un equivoco permanente: quello che consiste nell’assimilare il capitalismo ad un’ideologia; essa non obbedisce ad altra regola che non sia quella del proprio interesse. Per questo, essa può essere di seguito libero-scambista e protezionista. Dell’utopia liberale, il capitalismo ha mantenuto solo ciò che praticamente gli fa comodo (l’affermazione della proprietà privata come fondamento della società, per esempio); esso intrattiene in questo senso un rapporto puramente strumentale col liberalismo. La sola libertà che rivendica è quella del capitale; esso è in primo luogo un pragmatismo di classe.

Marx sarà il primo a rompere apparentemente con questa illusione dell’economia politica classica, dichiarando che non serve a nulla opporre protezionismo e libero scambio. Egli si dichiara a favore del libero scambio, dichiarando che tale sistema affretta la rivoluzione sociale. E, pertanto, Marx rimane quindi prigioniero della sua concezione dell’ideologia, persistendo a prendere il capitalismo come la realizzazione dell’ideologia liberale. E’ in questa concezione che bisogna trovare l’origine di tutte le critiche al capitalismo che consistono paradossalmente nell’accusarlo di non essere fedele a sé stesso e di esserlo troppo. Il capitalismo è preso per ciò che non è: la realizzazione pratica dell’economia politica classica.
La maggior parte dei teorici è così di nuovo portati a porsi la questione dello statuto e della definizione dell’economia politica. Queste interrogazioni si sviluppano in tre direzioni:

1- Il ritorno al progetto politico, l’economia al servizio della politica (List);
2- L’economia politica ridotta a un semplice mezzo per assicurare il benessere generale della società (Sismondi);
3- L’economia pura come teoria scientifica dello scambio (Walras).

Il secolo XIX si traduce così attraverso una smitizzazione generale dell’economia politica: essa rinuncia a presentarsi come la scienza globale e unificata del mondo moderno.

di Domenico Valenza
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