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Il cuore del funzionamento del Tribunale: i reati e le torture


Negromanzia e Stregoneria sono i reati più gravi per l'Inquisizione. La negromanzia è un'arte magica molto colta perché implica la conoscenza di libri particolari ed è un reato prevalentemente maschile, a differenza delle donne che sono accusate di stregoneria. Le donne sono spesso serve, popolane e il loro tipo di magia è una magia bianca, cioè "ad amorem" per cercare di fare innamorare, per trattenere un amore, per sposarsi e non è magia nera, che invece implica l'invocazione del demonio e tutto l'armamentario intorno ad esso. Gli uomini sono dunque per la maggior parte maghi, fattucchieri, che usano pozioni ed oggetti particolari. Ad invocare il demonio sono per lo più uomini colti, sacerdoti, "faramatari"/farmacisti (chi compone le medicine dell'epoca), avvocati che si dedicano, attraverso una serie di libri che si tramandano di generazione in generazione e attraverso la commistione di astrologia, cabala, magia ebraica, è tutto un miscuglio di informazioni, si dedicano tutti soprattutto ad incatenare, legare i diavoli: questa è l'azione fatta per fare in modo che il diavolo ubbidisca ai propri ordini, ma si è anche capaci di "slegare" il diavolo, le fatture. Sono azioni piuttosto complicate, quindi c'è spesso bisogno di riti, cerimonie in cui servono molti oggetti che provengono dalle chiese, per esempio l'acqua santa, le ostie. Per questo motivo, sono anche i sacerdoti a fare queste cerimonie. Durante certi riti e cerimonie, il diavolo viene richiesto per una serie di servizi, come quello di cercare i tesori, da parte ovviamente dei negromanti: si cercano tesori soprattutto sottoterra, per riuscire a trovare reliquie, beni di famiglia, corredi funerari.
È molto importante puntualizzare la discrezionalità dei consultori, che danno appunto consiglio che peserà molto sull'esito del processo.
La bestemmia è il reato tipico, punito dal Tribunale dal momento che le bestemmie si trasformano in proposizioni ereticali, quindi in affermazioni che hanno a che fare con eresie.

La giustizia punitiva laica ed ecclesiastica dell'età moderna faceva presa sul corpo del condannato: egli veniva punito in maniera pubblica e cruenta. Si davano infatti veri e propri spettacoli, tanto che le esecuzioni sommarie si chiamano spettacoli di giustizia. In essi, il Re mostra che il corpo del condannato è suo, gli appartiene ed egli esercita la sua vendetta. Questo significa che tutte le amministrazioni giudiziarie si comportano allo stesso modo: non è il Sant'Uffizio a decidere di condannare in un certo modo, ma c'è una concezione della giustizia e della pena che fa presa sul corpo. Dato che la vendetta del re è in un certo senso pedagogica, perché deve servire ad insegnare a tutto il resto della popolazione, si dà a questi spettacoli il massimo della pubblicità: si fanno banchetti in piazza, si conversa, si fanno parate.
Il tipo di condanne esemplari possono essere molto diverse: nel caso delle pene di morte, gli imputati possono essere condannati ad essere squartati vivi (si legavano gli arti a quattro carri che poi venivano mandati in direzioni diverse) e se il corpo non si squartava solo, ci pensava il boia all'esecuzione della giustizia; venivano precipitati dalle torri. Anche nel caso di pene minori, il segnale doveva essere fisico, corporale: per esempio, ai ruffiani veniva tagliato il naso.
Quella che è considerata la pena per eccellenza, il -- , non viene considerata una pena in questi anni ma lo sarà fatto quando si affermerà quella che Michel Foucault chiama la dolcezza delle pene: in tutti i primi secoli dell'età moderna, c'è l'accanimento sul corpo del condannato e la detenzione è in'attesa del processo o della sentenza capitale; di contro, come dice Foucault, man mano si comincia a concepire un altro tipo di punizione basata sulla dolcezza e sull'internamento carcerario. Non si punisce più nella pubblica piazza, flagellando e "azzottando" (frustando) il condannato, ma occorre superare il '600 perché si arrivi verso una "cultura" che fa in modo che il prigioniero venga punito attraverso non solo la detenzione carceraria, ma anche con l'isolamento carcerario. Questo isolamento carcerario è stato ben raffigurato da Jeremy Bentham, un filosofo dell'utilitarismo, il quale studia e si inventa il carcere panottico: tutte le celle stanno in isolamento e in ognuna c'è un solo detenuto; le celle stanno attorno ad una torre centrale in cui si trovano i controllori che controllano quindi facilmente i carcerati. Ognuno sta da solo in queste celle a pensare ai propri reati, a pentirsi di quello che ha fatto. La funzione di questo tipo di carcere è appunto una funzione educativa, non nei confronti del popolo che assiste, ma nei confronti dei detenuti.
C'è quindi un cambiamento molto radicale rispetto al sistema precedente, perché adesso la funzione è educativa e viene chiamata ortopedia murale, attraverso cui si cerca di "raddrizzare" il detenuto dal carcere stesso e il suo comportamento deviante. Non è solo il carcere, per Foucault, ad avere questo tipo di vocazione, ma c'è anche la famiglia, la scuola, l'esercito che assieme alla Chiesa, sono gli strumenti per lasciare appunto questa ortopedia murale. Questo però è il periodo del '700; prima che si affermasse la "dolcezza delle pene", c'era ancora chi pensava ad utilizzare un sistema misto perché mentre le classi elevate molto sensibili alla perdita dell'onore (bastava metterli in carcere), le classi popolari non sono così sensibili quindi si ipotizzava in Sicilia la giustizia di ceto.
Si è dunque all'interno di un universo in cui la cultura giuridica pensa in maniera ancora lontana dalla giustizia delle pene, ma si è ancora nella fase dell'accanimento del corpo, che ha nei Tribunali il proprio luogo ideale, la propria sede.
- "Tortura della capra": il condannato viene messo supino, le piante dei piedi vengono inzuppate di sale grosso per fare in modo che si formi una superficie spessa attaccata ai piedi del condannato; vengono fatte entrare le capre che sono amanti del "salso"/sale, quindi leccano le piante dei piedi così tanto fino a che non spunta il sangue e le ossa del condannato.
- "Tortura del velo": il condannato viene legato ad una sedia con le mani dietro la schiena e dalla bocca si fa entrare una garza con l'acqua che poi viene violentemente tirata dal corpo, con varie rotture di organi interni.
- "bottonetti di fuoco": i condannati vengono fatti camminare su biglie incandescenti, con piedi prima bagnati di grasso per far attaccare facilmente le biglie e per non far staccare la pelle.
- "potro" o "cavalletto": i condannati vengono messi su un amplesso di legno e poi vengono tirati, per fare in modo che gli arti vengano tirati fino a slogarsi.
Quella più banale delle torture, ma in verità la più utilizzata dai Tribunali perché man mano queste più sanguinose cadono in disuso, è la "Tortura della corda": l'imputato viene prelevato dalla sua cella ma non viene portato nella stanza delle udienze, viene invece portato nella "sala della tortura" in cui si trovano seduti a un tavolo i tre inquisitori, un notaio che deve registrare la tortura, così come tutte le altre fasi del processo, il boia e un medico che ha una funzione essenziale perché chi subisce il tormento deve essere fisicamente in grado di sopportarlo, quindi il medico serve a sancire le condizioni fisiche e a fare le visite del "preso"; ovviamente il medico, come l'avvocato d'ufficio, non si pronuncia mai contro il Tribunale e, nonostante il preso abbia gravi ferite, il medico afferma che questo possa continuare con la tortura, nonostante possano esserci degli impedimenti.
Ci sono una serie di esenzioni alla tortura: non possono essere torturate le donne in gravidanza, non potrebbero essere torturate le persone con età superiore a 75 anni, non può essere torturato il ferito o l'ammalato. Il medico ha un ruolo importante perché interviene anche dopo la tortura, dal momento che una norma del manuale della tortura dice che: "se ci fosse rottura di arti nel corso della tortura, sarebbe colpa dell'imputato e non del Tribunale".
In questa tortura, una corda viene legata al soffitto di una sala attraverso una trave. Un lato della corda viene tenuto da un boia, mentre l'altro lato serve a legare le mani dell'imputato dietro la schiena. Il boia alza da terra il preso, il corpo parzialmente si capovolge, venendo issato in maniera che ha un forte impatto sulle articolazioni delle braccia. Intanto, comincia l'interrogatorio (limitato) che viene registrato dal notaio. Quando l'imputato si mantiene negativo, si danno degli strattoni alla corda, nel senso che la persona alzata da terra viene successivamente lasciata di colpo, fino ad arrivare quasi a toccare terra. In qualche caso, viene apposita una tavoletta ai piedi, che arriva quasi al "tocca non tocca". Il medico, alla fine della seduta di tortura, visita l'imputato e dà una diagnosi sulle sue condizioni, qualora gli inquisitori volessero continuare la seduta di tortura, che dura in totale 30 minuti ma, se interrotta prima della fine, anziché aspettare settimane per ripeterla, si ripete dopo qualche giorno.
La lingua ufficiale del Tribunale è lo spagnolo, in realtà misto di elementi latini e arabi. In alcuni casi, dato che gli imputati vengono da tutto il mondo, è necessario l'interprete e la traduzione del processo, soprattutto per gli arabi. I traduttori sono persone spesso improvvisate, schiavi, servi delle navi cristiane (Mediterraneo è un luogo di scambio di conoscenze). In questi anni si crea una vera e propria lingua, chiamata "lingua franca", una lingua inventata ex novo con elementi tratti dallo spagnolo, dall'italiano, latino, francese, arabo, portoghese, turco. È una lingua priva di grammatica, di forme, è essenziale e serve in un contesto di violenze (schiavitù), è una lingua molto stereotipata con la quale ci si capisce nelle cose essenziali.
I cristiani rinnegati, processati dal Sant'Uffizio parlano franco e grazie all'uso di queste espressioni, si è a conoscenza di questa lingua parlata nel Mediterraneo prima che ci fosse una lingua comune (prima il latino solo per le persone colte, poi il francese solo per la diplomazia, infine inglese).
Il Sant'Uffizio non è un tribunale particolarmente sanguinario, ma fa parte di un "arcipelago" carcerario, cioè una serie di istituzioni carcerarie sia laiche che ecclesiastiche che si comportano allo stesso modo.
di Federica Palmigiano
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