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Il funerale bosavi


Steven Feld racconta di come non abbia mai avuto modo di poter assistere a un funerale bosavi tradizionale, visto l’arrivo postumo all’approvazione da parte del governo coloniale australiano della legge di imposta seppellitura dei morti del 1968. Se lo fece però raccontare da Schieffelin: quando una persona moriva i parenti più stretti dovevano denudarlo da costumi e ornamenti, coprendo la zona pubica, dovevano poi appenderlo con dei cappi di giunco a un palo vicino all’entrata della casa comunitaria, presso l’area delle donne; venivano accesi poi due fuochi all’altezza della testa e dei piedi per contenere gli odori. Nei giorni successivi amici, parenti e visitatori si recavano a vedere e piangere il defunto, dopo circa una settimana il corpo veniva poi portato in una struttura non lontana dalla long house dove il corpo veniva lasciato decomporsi, una volta che le ossa si fossero ripulite venivano ripescate messe in un sacco a rete ed appese alla veranda della long house come memento.

OGGI, l’usanza è un po’ cambiata: il corpo del defunto viene steso sul pavimento della long house vicino all’area delle  donne. Le donne si riuniscono attorno al corpo del defunto a piangere, gli uomini restano nel retro della casa, cupi e silenziosi, ogni tanto qualcuno scoppia in un pianto gana-yelab. Le persone di altre comunità, i visitatori, entrano e si schierano in base al sesso, per piangere anch’egli il defunto. Il peridoo in cui il corpo resta esposto nella long house varia a seconda del grado di cristanizzazione della comunità e del fatto che il defunto fosse o aspirasse alla cristianizzazione.
Andiamo da 1 max 2 giorni. Le donne, nel loro piangere il defunto, iniziano un lamento sa-yelab, che può protrarsi per 5 o 10 minuti e coinvolgere altre donne, ogni donna sa-yelab anche simultaneamente ad altre ma sempre in modo indipendente, sia dalle altre donne, sia dagli uomini. Le donne non cercano in nessun modo di trattenere la pena o le lacrime. Può capitare che anche un uomo si sieda con le donne e si unisca per un momento al loro lamento, è il caso di un parente stretto del defunto, ma è una partecipazione brevissima, raggiungerà subito dopo gli altri uomini. Ogni volta che arriva un gruppo di persone c’è un nuovo scoppio di pianto, dopo una 40ina di minuti il lamento tende a placarsi e a questo punto di norma viene servito del cibo. Sussiste comunque la possibilità che il pianto riprenda in qualsiasi momento. Anche dopo giorni, magari non in forme di sa-yelab ma comunque il ricordo di un defunto può suscitare ancora forme di pianto meno elaborate, ma pur sempre presenti. Ai funerali ci sono sempre almeno 5 o 6 donne che eseguono linghi sa-yelab, in tutti i casi di sa-yelab, i lamenti più elaborati sono prodotti dalle donne più anziane; quelle più giovani si esprimono invece con testi più brevi e molto ripetitivi. A livello musicale, il sistema tonale di tutti i sa-yelab include 4 note in relazione fra loro, l’estensione totale è la quinta e gli intervalli usati sono la seconda maggiore e la terza minore. Il centro tonale è la nota più bassa. Le configurazioni melodiche sono quasi invariabilmente discendenti. I sa-yelab sono essenzialmente monofonici e solistici, tuttavia ne possono essere intonati due, tre o quattro simultaneamente, producendo una polifonia che viene però percepita come un insieme di melodie uguali o simili ma scaglionate, sa-yelab è improvvisato e l’liberativi è limita e i piangenti non partono mai dalla stessa nota. Il tipo di produzione vocale è di gola, i suoni soffocati e il lieve vibrato arricchiscono il timbro generalmente aperto. Le note sono chiare e distinte, salvo per le parti lunghe del testo enunciato velocemente, in cui vengono bemollizzate e disarticolate dalla melodia. In linea generale la forma è sillabica e il testo guida il ritmo; il carattere improvvisato implica molta variazione; comunque l’andatura generale tende a essere regolare sin dall’inizio fino alla fine. I kaluli stessi hanno una concezione molto precisa dell’andatura, i kaluli descrivono l’andamento sia del canto che del sa-yelab come hesa “moderato”, uniforme, calmo e prudente, un’esecuzione controllata e uniforme. La durata di una frase è sempre la stessa a prescindere da quanto testo ci viene fatto entrare. Hesa indica un tempo motronomico culturalmente condiviso corrispondente a circa 120 battiti al minuti vale a dire 2 battiti al secondo. LA 1° NOTA è ACCENTATA, DURANTE LA PAUSA C’è UN RESPIRO, LA 2° NOTA è ACCENTATA E LA 3° FINALE SI PROLUUNGA SINO ALL’ESAURIMENTO DEL RESPIRO DI CHI PIANGE. Il processo principale per creare un lamento cantato e con testo prende forma nell’elaborazione di questa frase attraverso la suddivisione dei valori di durata, elaborazione che può assumere 2 forme diverse: inserendo un testo in mezzo alla frase, 3 o 3 parole, nomi propri, termini di parentela e di reciprocità legati al cibo o toponimi, soltanto; o nella forma del sa-yelab, ovvero in forma elaborata con testo lungo; i testi contengono termini di parentela, a volte preceduti da NI “mio” o WI ELEDO noi due. Queste sono le forme schematiche delle frasi usate nel sa-yelab, i testi sono costituiti solo da alcuni tipi di parole e le melodie vengono elaborate unicamente moltiplicano i valori di durata. Una frase che voglia adattarsi a un testo più complesso va elaborata  con congiunzione e inserimenti.
La lingua usata nel sa-alea ha caratteristiche rilevanti.
Nella lingua kaluli esistono due ordini delle parole: Soggetto oggetto e verbo SOV oppure oggetto soggetto e verbo OSV, l’ordine OSV mette a fuoco il soggetto che richiede l’aggiunta di una particella segnacaso alla fine del sostentivo, i testi sa-yelab usano l’ordine OSV enfatizzando l’esperienza personale e il punto di vista di chi piange, questo registro enfatico è ulteriormente rafforzato da pronomi enfatici quali NAIN solo noi due o NE NINELI io solo io. Il tempo usata nei sa-yelab è il passato ciò lo differenzia dal linguaggio ordinario diretto presente. Si differenzia da quest’ultimo anche per il fatto che le frasi formulari non includono il verbo. I testi sa-yelab usano una forma interrogativa con il marcatore finali -ili che trasforma la frase in una domanda retorica, tale suffisso ili non si riscontra nel linguaggio quotidiano.
I testi di lamenti sono strutturati secondo codici linguistici simili a quelli delle conversazioni di tutti i giorni, ciò che i kaluli chiamano parole dure, che si distinguono però dall’uso comune perchè caratterizzati da codici poetici specifici. I versi vengono spesso rafforzati da forme pronominali e dalla particella enfatica -ke dopo i verbi. Ciò che in tutto ciò i kaluli considerano commovente non sono i particolari artifici linguistici o la forma sonora del testo piangente e cantato, ma, il contenuto testuale e la generale uniformità dell’esecuzione.

di Marianna Tesoriero
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