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Il libro di Antonio Billi

Abbiamo detto che il Quattrocento ci riserva pochi scritti storiografici, poiché troppo poco propenso al genere storico, tutto puntato, invece, nel tentativo di fondare teoricamente le arti figurative. Mancavano soprattutto la quiete e la disposzione necessarie ad una retrospezione più profonda. Solo nel Cinquecento si riprende la via tracciata dal Ghiberti, e il primo esempio del genere è il cosiddetto Libro di Antonio Billi, così chiamato perchè citato ripetutamente dell'anonimo Magliabechiano. Non sappiamo nulla dell'autore, ed è dubbio persino se esso fosse l'autore o il possessore del libro, ipotesti quest'ultima avallata dall'effettiva esistenza di un ricco mercante dell'epoca che risponde ai requisiti, nome e cognome compresi.
A differenza del Ghiberi, l'autore di questo libro non è un artista, ma un profano, un dilettante di storia, ed ha un criterio artistico ristretto e malsicuro, pur conoscendo molte cose, soprattutto a Firenze, per il sol fatto di averle avute sott'occhio. Il libro di Antonio Billi è insomma il capostipite di quelle compilazioni fatte a tavolino per mano di letterati appartenenti a corporazioni che diverranno da ora in avanti sempre più frequenti. Sono opere che sanno di chiuso, e non hanno alcun nesso neppure con la produzione artistica più vicina e immediata.
Non possiamo nemmeno parlare di produzione letteraria organica e sistematica, poiché assomiglia più ad uno zibaldone di notizie messe insieme, di cui si possono discriminare le parti, scritto pressappoco tra il 1481 e il 1530. È stato dimostrato come il libro sia passato per diverse mani, che ne hanno modificato, rielaborato o rimaneggiato il contenuto, in modo diverso.
Rimane un libro di gran valore se considerato come fonte storica: possiede una gran quantità di notizie ed è la fonte più importante del Vasari per quanto concerne il periodo più antico preso in considerazione nella sua opera. Il nocciolo del libro va da Cimabue a Pollaiuolo; le appendici trattano artisti contemporanei, in particolare Leonardo e Michelangelo.

di Gherardo Fabretti
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