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Il mito per i Kaluli: la “parafrasi”


Una parte fondamentale dello sviluppo sociale di un ragazzo è l’ acquisizione delle abilità comunicative, che comprendono simultaneamente elementi verbali, intonativi e gestuali, per esigere l’attenzione della sua ade. Nella storia il concetto di ade serve a illustrare una sequenza di eventi che rappresenta il tradimento e la rottura dell’ordine sociale; negando il cibo al suo ade la sorella viola il più fondamentale criterio di socialità kaluli, negare qualsiasi cosa a un bambino è un comportamento estremamente atipico fra i kaluli, che risulta particolarmente sconvolgente se si tratta del rifiuto di una sorella maggiore che antepone i bisogni degli altri a quelli del fratellino.

Il cibo, la fame e la reciprocità: negare il cibo a un bambino è impensabile, nutrire i bambini è una forma di interazione che inizia dalla nascita. Schieffelin in un suo studio, sottolinea che nel Bosavi il cibo è il mezzo principale per esprimere, sviluppare e convalidare i rapporti sociali. Questo dare e condividere comunica sentimento, trasmette affetto, familiarità e buona volontà. Il cibo rappresenta il modo principale per instaurare rapporti fra tutte le persone, amici e parenti; attraverso questi atti, i rapporti diventano socialmente reali. Quando due persone condividono lo stesso cibo, la carne in particolare, e quando le circostanze sono socialmente significative, allora le due persone possono, da quel momento in poi, rivolgersi l’un l’altra usando il nome del cibo condiviso invece dei loro nomi propri.
Questi termini rappresentano un modo speciale per due persone non imparentate di esprimersi reciprocamente affetto e amicizia nella vita di tutti i giorni, lo spartire un nome è simbolo di un legame stabilito attraverso un’esperienza condivisa mediata dal cibo. La normale socialità kaluli prevede che la reazione immediata dell’individuo sia di condividere ciò che ha.

• Il rapporto fra ade non rientra nell’ambito della parentela ma si stabilisce attraverso aspettative comportamentali condivise che riguardano il dovere, l’affetto e la cura. Queste sono esemplificate nel rapporto fra sorella maggior e fratello minore. Nella storia la negazione delle aspettative inerenti al rapporto fra ade, resa particolarmente grave dal fatto che esse concernono il cibo, simbolizza la frattura di tutti i canoni della società kaluli. Schieffelin sostiene che il cibo non solo media i rapporti ma li rappresenta, avere fame quindi non implica solo una condizione di bisogni fisico ma anche una condizione di isolamento. Nella storia dell’uccello muni la fame rappresenta la perdita da parte del fratellino del suo diritto primo al cibo della sorella. La fame e la perdita sono perciò al centro di un’equazione simbolica fondamentale dei kaluli e rappresentano l’isolamento e l’abbandono.

La tristezza, la perdita e l’abbandono: grande è l’importanza che i kaluli conferiscono all’amicizia, alla solidarietà e alla compagnia. L’assenza di un amico o un parente a un evento può generare forti espressioni di nostalgia e sentimentalismo. L’individuo riesce in qualche modo a rincuorarsi attraverso il consenso altrui: un tale consenso nell’esprimere tristezza e nostalgia per l’assenza di qualcuno è importante per i kaluli, dato che la loro paura più profonda è quella della solitudine, stato in cui non si ha nessuno che tenga compagnia, di supporto o con cui dividere il cibo. I kaluli sentono fortemente il bisogno di essere e condividere con gli altri. Dato che i rapporti umani vengono attualizzati e mediati attraverso doni di cibo e di beni materiali, queste cose diventano rappresentative di ciò che è più sentito nei rapporti umani. È logico quindi che i kaluli mettano sullo stesso piano una rottura di reciprocità, assistenza, condivisione, ospitalità o amicizia e la vulnerabilità, la perdita, l’abbandono, l’isolamento, la solitudine e la morte. Ciò è lo stato in cui si trova il bambino nella storia quando il rifiuto della sua ade indica che egli non ha una ade, spezza il legame sociale. Per il bambino la fame significa isolamento, la negazione significa abbandono. Lo stato prodotto da tali eventi è doloroso e il bambino si riduce a uno stato non umano.

Gli uccelli: Schieffelin nota che l’assenza di rapporti umani viene paragonata alla presenza della morte. Il mito rispecchia questa idea nel fatto che il bambino diventa un uccello muni, i kaluli credono che gli uccelli siano manifestazioni degli spiriti dei loro morti.
I kaluli sono ornitologi appassionati, con un’ampia conoscenza del loro habitat, dell’ecologia e dei comportamenti migratori dell’avifauna del Bosavi. Sono particolarmente esperti nell’identificare e localizzare gli uccelli attraverso i loro richiami. I kaluli si riferiscono a famiglie di uccelli raggruppate in base a categorie sonore: gli uccelli che cantano, quelli che piangono, che fischiano, che parlano in lingua bosavi, che dicono il proprio nome, che producono solo un suono e quelli che fanno molto rumore. Distinguono chiaramente i canti di contatto, di allarme e sociali di tutti gli uccelli da loro riconosciuti. I kaluli sentono i canti degli uccelli come rivelatori dell’avifauna e al tempo stesso come comunicazioni dal regno dei morti, che sono nella forma di uccelli. L’aspetto più impressionante è la misura in cui i kaluli usano le loro osservazioni storico-naturali per costruire ideali culturalmente metaforici. La chiave di questo tipo di percezione risiede nella nozione dei kaluli che il mondo è costituito da 2 realtà di identica portata, una visibile e l’atra invisibile che è il riflesso della prima. Nel mondo invisibile i riflessi o le manifestazioni degli uomini e delle donne sono rispettivamente i maiali selvatici e i casuari che vivono sui pendii del monte Bosavi, chiamati Ane Mama (riflesso di una persona andata). Un ane mama appare nel mondo visibile nella forma di qualche animale, molto spesso nella forma di un uccello, quindi gli uccelli si vedono l’un l’altro come persone e per i kaluli i loro richiami sono comunicazioni vocali degli ane mama. Gli uccelli sono dunque una società umana metaforica e i loro canti rappresentano forme particolari di sentimento e di ethos.
di Marianna Tesoriero
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