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Il pensiero di Faeta


Secondo Faeta, de Martino non avrebbe potuto sintetizzare in modo più efficace, con altro mezzo che non la fotografia, la sua idea del lavoro di terreno.
Sempre Faeta, ha sostenuto più e più volte come de Martino avesse nei confronti dell'immagine, un atteggiamento ambivalente: accanto alle aperture che la sua sensibilità e la sua esperienza gli suggerivano, nutriva solide diffidenze. De Martino in tutta la fase di ricerca fece un massiccio uso delle immagini fotografiche e filmiche così come delle registrazioni audiomagnetiche. L'etnologo poggiò molto su tali strumenti in fase di ricerca mentre riservò alla scrittura un'assoluta supremazia nel processo di restituzione dei dati. Egli sembra avere un'idea strettamente etnografica dell'immagine, che riteneva poco adatta a significare all'interno di un processo di rappresentazione critica; è la scrittura per de Martino inequivocabilmente il risultato finale delle pratiche di osservazione e l'immagine non possiede uno statuto autonomo di significazione. La scrittura di de Martino, letterariamente consapevole, colma di una complessa allusività politica, appare come conseguenza della preferenza della parola, del primato del verbum. Il flusso della narrazione dell'etnologo segue sovente un percorso visivo. De Martino assume la sequenza discreta dell'evento che le fotografie restituiscono per ricontestualizzarla però in una più vasta memoria delle cose la cui responsabilità spetta all'etnologo e alla sua scrittura.
Inizialmente dunque de Martino assegna alla fotografia il compito di delineare un'etnografia di sfondo, uno schizzo sociologicamente orientato, delle società indagate. La fotografia dovrà contestualizzare un documento, musicale orale o comportamentale, puntualmente individuato. Dovrà annodare visivamente i fili che legano un dato fenomeno al contesto, lavorando però soprattutto su quest'ultimo versante. La fotografia inoltre avrà la funzione di circoscrivere l'oggetto restituendone estensione e finitezza.

Più tardi de Martino sembra assegnare alla fotografia sul terreno funzioni diverse: l'occhio del fotografo abbandona, infatti, il campo dell'etnografia generica e dell'identificazione sociologica e si stringe progressivamente sull'evento rituale. L'immagine, parallelamente, non possiede più una funzione meramente descrittiva e catalografica ma tende, da un lato, a restituire l'intera articolazione dell'evento, dall'altro a tessere relazioni tra questo e più vaste categorie di appartenenza.
L'indagine etnografica, al di la del suo essere uno strumento duttile, poco soggetto alle regole accademiche canoniche, atto a rinnovare la disciplina, garantendo al contempo una prassi d'impegno sociale, era per de Martino un mezzo di attuazione e verifica dello storicismo; di sua convalida contro le opposte minacce del naturalismo e di una concezione di tipo strutturale. La pratica etnografica individua per de Martino svolgimenti irripetibili della storia umana, drammi vissuti una sola volta nella vita culturale, inscrive l'evento dentro una civiltà singola, una società particolare, un'epoca definita. È dunque uno strumento che identifica, isola e descrive un oggetto concreto all'interno di un contesto generale. D'altro canto la consapevolezza di una tesa dialettica, all'interno dei fenomeni osservati, tra tratti paradigmatici e tratti evenemenziali o storici appare frequentemente nell'opera demartiniana.

Etnografia e fotografia per de Martino sono pratiche minori e ancillari, al servizio di ipotesi forti di riflessione storiografica; ipotesi molto ancorate a paradigmi ideologici, poco permeabili alle pratiche empiriche, se queste non si muovono nel senso di una selezione discreta di dati che confermino ipotesi filosoficamente e storicamente delineate. L'etnografia e la fotografia in altre parole non possono che confermare quanto l'ipotesi antropologica ha avuto il merito di individuare, e la loro utilità sta soltanto nel ritagliare dimensioni storiche concrete entro le quali l'ipotesi possa ribadire la sua validità di postulato. L'etnografia e la fotografia, con il loro parallelismo, sia pur imperfetto, con il loro continuo slittamento di sguardo, contribuiscono in modo determinante a segnare l'evoluzione: illustrano una patria culturale che, man mano che si definisce nella sua dettagliata morfologia, si chiarisce come terra “dell'al di là”, luogo indefinito e seducente posto sull'incerto margine della conoscenza occidentale.
di Marianna Tesoriero
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