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J. Locke e il segno

Tra i massimi esponenti dell’empirismo, Locke segna un ulteriore passaggio nella concezione del segno. Nelle sue riflessioni, il linguaggio comincia a perdere la sua forma analogica e assume a poco a poco lo statuto di sistema digitale, di insieme di unità discrete create dall’uomo, dunque di un codice. Nel Saggio sull’intelletto umano, considerato il primo vero trattato di semiotica, si discute della mente degli uomini e dell’arbitrarietà del linguaggio e del pensiero: le idee stesse non si determinano più per analogia, per effetto-copia nei confronti del reale, ma per volontà dell’uomo che attribuisce confini tra le percezioni. Le idee non si riferiscono più alle cose ma si formano in base a due facoltà: la percezione e la volizione. Dalla prima nascono solo idee “semplici”, la volizione permette di produrre idee “complesse” attraverso l’associazione di idee semplici. Mentre le idee semplici sono universali perché rispondono a modelli che possono essere trovati in natura, le idee complesse sono arbitrarie perché derivano da una nececessità sociale, dalla mente collettiva che deliberatamente crea associazioni di idee semplici. Riconoscenza ai segni uno statuto sociale, Locke introduce il tema della “comprensione” e dello “scetticismo comunicativo”: se le persone parlano tra di loro è perché “quando un uomo parla ad un altro lo fa per essere capito”. La relazione tra parole, idee e cose non è perfetta, seppur gli uomini nel parlare agiscono su quesa presunta perfezione pensando che sussista una condivisione sempre certa delle idee e del senso comune.
di Niccolò Gramigni
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