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L'arte di Cennino di Drea Cennini di Colle di Valdelsa

Cennino di Drea Cennini di Colle di Valdelsa nasce intorno al 1390. Fu scolaro di Agnolo Gaddi e delle sue opere pare che nulla si sia conservato all'infuori dell'affresco di cui parla Vasari, firmato, ma ora completamente guasto, nei magazzini di Santa Maria Nuova, a Firenze. Il suo nome non appare nella matricola (= registro degli iscritti ad una associazione) dei pittori fiorentini, ma sappiamo che emigrò a Padova, alla corte di Francesco da Carrara, dove appare il suo nome in documenti dell'anno 1398. È l'unica data certa che possediamo di lui, ma il suo soggiorno potrebbe risalire ad anni prima. A Padova è, con ogni probabilità, morto.
La più antica copia del suo trattato, scritta, come dice l'explicit, nel carcere fiorentino dei debitori (le Stinche) è del 1437, quindi, probabilmente, non autografa. Della sua vita nient'altro è noto.
Cennino ribadisce la dua discendenza artistica, attraverso il maestro Agnolo Gaddi, da Giotto, e nella sua esatta indicazione del lungo apprendistato (dodici anni) ci prospetta efficacemente la tradizione corporativa delle botteghe d'arte del '300. Mette in rilievo con orgoglio nazionale il fatto che Giotto abbia insegnato all'arte a parlare il latino, anziché il greco, medievale, e tutto il libro tradisce un autore colto, capace di sfornare un'opera chiara e penetrante, che riassume efficacemente i risultati del Trecento giottesco.
È importante l'introduzione di Cennini al suo scritto, perchè rivela una stretta connessione col pensiero enciclopedico scolastico. Come Teofilo, anche Cennino inizia ab ovo, col peccato originale e il conseguente lavoro di tutti gli uomini, dal quale sono derivate tutte le arti, nel senso medievale, provocate dalla necessitas. Prima si pensava che Cennino avesse desunto proprio da Teofilo le sue nozioni, ma Cennino viveva in una città dotta e non aveva bisogno delle imbeccate del suo predecessore poiché quelle nozioni erano bagaglio comune di tutta la letteratura scolastica.
Tra le arti che devono la loro origine alla necessitas, Cennino inserisce anche la pittura, introducendo però un fattore che avvicina la sua concezione di arte alla nostra: la fantasia artistica, che deve accompagnarsi alla tecnica, per rappresentare come reale ciò che in effetto non è presente. Una nozione già incontrata in Dante, nel Convito. La pittura merita dunque di sedere di diritto in seconda fila, sotto la scienza, e di essere incoronata dalla poesia. Come il poeta, anche il pittore è libero di foggiare, secondo quanto gli suggerisce la fantasia, figure sedute o stanti, metà uomini e metà cavalli.
È una affermazione utile per tre punti di vista:
- troviamo l'antichissimo confronto tra pittore e poeta, risalente già alla Grecia arcaica e poi ripreso da Orazio nella famosa locuzione “ut pictura poesis”, anche se con significato diverso.
- Si annuncia per la prima volta, anche se di sfuggita, il tema della disputa per la precedenza delle arti, il “paragone”.
- C'è un primo accenno - importantissimo per la nostra trattazione, proprio alla vigilia del Rinascimento, e all'infuori della pratica artistica – alla liberazione dell'arte figurativa dai legami del mestiere, dell'ars mechanica, con un elemento che, tuttavia, appartiene ugualmente al pensiero antico. Alla pittura spetta il secondo posto, dopo la scienza, accanto alla poesia e prima di essa. Per questa medesima via andranno anche i teorici successivi, fino a giungere al concetto dell'arte bella indipendente.

di Gherardo Fabretti
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