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L'esperienza dell'aborto

Dai dati racconti emergono vari aspetti: - indissociabilità delle donne e del nuovo essere che si trova nel loro corpo;
- alternanza fra pienezza ed inquietudine a prescindere dall'esito della gravidanza;
- distinzione categoriale tra feto autentico (tende verso il bambino) e f. tumorale (ricondotto a niente); la neutralizzazione è particolarmente evidente quando la scelta dell'aborto avviene all'ultimo momento.
E' difficile suddividere questi racconti in due categorie nettamente distinte: quelli in cui verrebbe
espressa una colpa al ricordo dell'aborto e quelli in cui l'aborto parrebbe quasi indifferente; il
genere di emozione che emerge si situa al di qua o al di là della colpa.

Si può concepire il luogo in due modi diversi:
- topos: dissociazione fra essere (mobile) e luogo (immobile). E' necessaria perché il soggetto liberale possa essere costituito nella sua autonomia, cioè indipendentemente dal contesto in cui si trova inserito ed in quanto detentore di diritti che gli appartengono in proprio (detentore di diritti soggettivi);
- chora: impossibilità di dissociare l'oggetto dal luogo in cui si trova. Il corpo è considerato come spazio inscritto entro coordinate fisiche nel quale sarebbe contenuto un oggetto (feto) di cui la persona che prende coscienza del suo corpo e di ciò che contiene si darebbe una rappresentazione immediata.

Le donne che hanno affrontato un aborto mettono l'accento sulla tensione fra volontà contraddittorie, le cui manifestazioni le hanno attraversate:
- v. della carne = istanza del Sé: la carne viene vissuta al tempo stesso come propria e come se, in quanto impegnata nello sviluppo di un altro essere, si sottraesse all'intenzionalità e manifestasse una sorta di volontà ad essa inerente > tempo presente: la carne fa esperienza di sé attraverso qualcosa che la tocca direttamente;
- v. di padronanza = istanza dell'Io: ciò di cui la persona è gravida può essere immaginariamente staccato dalla carne che lo ingloba, rappresentato e proiettato nel futuro;
- v. di legittimazione = istanza della Giustificazione in presenza di un terzo immaginario o reale, un interlocutore o il soggetto stesso che dialoga con sé. Questa volontà si rivolge al passato per cercare atti, sentimenti, fatti che accetterà di sottoporre alla prova della critica.

L'esperienza della gravidanza oscilla fra:
- senso di pienezza: la carne della donna incinta attualizza la sua capacità di germinazione, proliferazione tuttavia non cessa di essere "la mia carne" (procura felicità e piacere);
- senso di inquietudine: la carne si manifesta come una carne inconsueta, come se fosse di un altro (senso di estraneità).
Una di queste sensazioni prende il sopravvento e determina l'aborto o meno; entrambe sono in relazione con l'immagine che la donna ha dell'uomo con cui ha avuto la relazione perché il feto è la traccia in sé di un altro. Se il senso di qualcosa che cresce nella carne per effetto di una volontà indipendente alla persona che la subisce provoca angoscia, l'aborto è vissuto come una liberazione. Il feto viene disgiunto dal luogo che lo racchiude e costruito come oggetto dall'Io che lo osserva e
gli viene conferito uno statuto diverso a seconda del progetto nel quale viene integrato: essere che deve nascere (feto autentico) o essere da distruggere (f. tumorale). La volontà di padronanza non riesce ad impadronirsi del tutto della volontà della carne, anche per la possibilità di un aborto spontaneo.

Se l'aborto non avviene, si hanno:
- passività: rinuncia dell'Io di fronte al Sé, il feto non viene distrutto ma comunque non viene adottato;
- accettazione: riappropriazione a livello dell'Io ed inscrizione in un progetto.
Anche in questo caso vi è una rimozione dall'istanza della carne (ma non è conflittuale) alla volontà di padronanza e rientra la categoria dell'amore, infinito e gratuito.

Se il feto è destinato all'aborto, bisogna formulare delle ragioni per rendere conto della sua eliminazione:
- giustificazioni: relative ad una logica del bene e male morale. Si rifiuta qualsiasi colpevolizzazione e si ha una sensazione di lutto permanente, come se si fosse persa una parte di sé;
- motivi che hanno indotto all'aborto in circostanze definite come particolari;
- scuse verso colui che non è nato.

Le donne che abortiscono cercano di dare un senso con tre strumenti:
- volontà: l'azione ha senso perché si è voluta così;
- necessità: individuazione di cause esterne che agiscono come forze esterne indipendenti dalla volontà;
- corrispondenze: vengono stabilite tra fatti ed avvenimenti apparentemente scollegati (date, luoghi,…).
V1: segnala la differenza fra esseri generati solo nella carne e quelli confermati dalla parola.



Bisogna riprendere a livello dell'Io ciò che cresce nella carne, darselo alla stregua di oggetto (che sia costituito in forma autentica o tumorale) e situarlo nel futuro secondo la modalità del progetto.
L'uscita dalla passività ed una riappropriazione a livello dell'Io generano sempre inquietudine.

V2 (vincolo di non discriminazione): dal punto di vista della carne nulla distingue il feto tumorale, quindi la sua distruzione è ingiustificabile ed abusiva. La volontà di padronanza, pertanto, è difficile da realizzare, in particolare quando il feto è destinato ad essere distrutto.
Questa volontà infatti deve essere:
- sufficientemente forte per rimuovere la volontà della carne;
- debole per piegarsi alla volontà di legittimazione che smussa il momento della decisione per mettere l'accento sull'intervento o la défaillance degli altri (Creatore, parentela, Stato, progetto) senza i quali sembra impossibile disfare i bambini.
di Viola Donarini
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