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L’egemonia inglese nel XIX secolo: la finanza - Paul Kennedy

Il terzo campo su cui si basavano la peculiarità e la forza britanniche era quello della finanza. Per essere esatti, questo elemento difficilmente si può separare dal globale progresso industriale e commerciale del paese: il denaro era stato necessario ad alimentare la rivoluzione industriale, che a sua volta aveva prodotto ancora più denaro, sotto forma di utili sul capitale investito. Tale grande disponibilità di capitale e la pace prolungata, insieme ai miglioramenti nelle istituzioni finanziarie, spinsero gli Inglesi a investire all’estero come mai era accaduto prima.

Le conseguenze di questa ingente esportazione di capitale furono varie importanti. La prima era che gli utili sugli investimenti all’estero ridussero notevolmente il disavanzo commerciale sui beni visibili in cui la Gran Bretagna era sempre incorsa. Essi si aggiunsero alle già cospicue entrate invisibili che provenivano dai trasporti marittimi, dalle assicurazioni, dalle banche. Insieme, essi garantivano che la Gran Bretagna sarebbe diventata sempre più ricca, in patria come all’estero.

La seconda conseguenza fu che l’economia britannica funzionava come un enorme mantice, che assorbiva grosse quantità di materie prime e di derrate alimentari e inviava fuori un gran numero di tessuti, prodotti in ferro e altri manufatti, un modello affiancato dalla rete di trasporti marittimi, contratti di assicurazione e collegamenti bancari.

Non stupisce quindi che i sudditi della regina Vittoria fossero convinti di aver scoperto, seguendo i principi dell’economia politica classica, il segreto per garantire sempre più prosperità e armonia mondiale. Per quanto tutto quanto rendesse gli inglesi in poco più tempo più ricchi di quanto non fossero mai stati, non conteneva anche elementi strategicamente pericolosi a lunga scadenza? Col senno di poi, è possibile individuare almeno due conseguenze.

La prima era il modo in cui il paese stava contribuendo allo sviluppo a lungo termine di altre nazioni, sia fondando e facendo progredire le industrie e l’agricoltura straniere, sia costruendo ferrovie, porti e navi a vapore che alla lunga avrebbero dato la possibilità ai produttori d’oltremare di fare concorrenza.

La seconda potenziale debolezza strategica derivava dalla crescente dipendenza dell’economia britannica dagli scambi e soprattutto dalla finanza internazionali. Intorno alla metà del XIX secolo, le esportazioni rappresentavano almeno un quinto del reddito nazionale totale. Allo stesso modo, anche le importazioni divenivano sempre più importanti. E nel settore che si stava espandendo più rapidamente di tutti, quello delle invisibili operazioni bancarie, assicurative, di compravendita di merci e di investimento all’estero, la dipendenza dal mercato mondiale era ancora più decisiva.
di Domenico Valenza
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