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La Favola delle Api - Il crimine e il commercio

(T) per fare una gran vita,
aveva spinto il marito a derubare lo stato

I criminali comuni, al momento dell’impiccagione, di solito attribuiscono la causa della morte alla compagnia di donne cattive. Fra i grandi delinquenti, gli uomini sono spesso indotti o costretti ad azioni dannose dalle loro mogli, mentre l’amante più scaltra non sarebbe riuscita a persuaderli.
Alcuni uomini provano una vera passione per le mogli; altri, che non si curano di esse, le amano per vanità; si dilettano di una bella moglie come un damerino si diletta di un bel cavallo: non per l’uso che ne fa, ma perché è suo. Il piacere sta nella consapevolezza di un possesso assoluto.
E’ incredibile la quantità di ciondoli e addobbi che le donne comprano ed usano. Alcune donne strappano il consenso ai mariti stancandoli, e vincono anche il taccagno più ostinato con la perseveranza e l’assiduità nel chiedere. Altre imbrogliano, oppure si infuriano ad un rifiuto, e con urla e rimproveri impongono ai loro docili mariti tutto quello che vogliono.
Secondo Mandeville, sono peggio delle prostitute le donne che profanano i riti sacri dell’amore per scopi ignobili; che prima eccitano la passione dell’uomo e poi sfruttano il suo trasporto per strappare un regalo, aspettando con scaltrezza il momento in cui lui è meno capace di un rifiuto.
D’altra parte, il commercio subirebbe dei danni se tutte le donne agissero come desidera un uomo sobrio. La frugalità, se fosse posseduta dalle tutte le donne, non sarebbe utile per rendere un regno opulento. Nessuna società sarà un regno ricco e potente e conservarsi così senza i vizi.

Poiché la natura è sempre identica, non abbiamo ragione per aspettarci un suo cambiamento futu-ro finché dura il mondo. Mandeville non riesce dunque a vedere che immoralità vi sia nel mostrare l’origine delle passioni, e la differenza tra azioni che procedono da una vittoria delle passioni, e quelle che sono il risultato della vittoria di una passione sull’altra, cioè fra la virtù reale e simulata.
Siamo tutti così innamorati dell’adulazione da non apprezzare una verità umiliante. Mandeville non crede che l’immortalità dell’anima avrebbe trovato una tale accoglienza tra gli uomini, se non fosse stata una verità piacevole, che esaltava l’intera specie, e un complimento anche per i più miseri.
Perfino il boia vorrebbe che gli altri avessero una buona opinione di lui; Mandeville crede che sia l’amore di sé a generare nemici a questo trattato: ognuno lo considera come un affronto a se stesso. Ma poiché nulla dimostrerebbe la falsità delle sue idee più chiaramente della loro accettazione da parte della gente, Mandeville non si aspetta l’approvazione della moltitudine.
Se si vogliono bandire la frode e il lusso, si brucino tutti i libri dell’isola ad eccezione della Bibbia, si costruiscano nuove chiese. Grazie a questi sforzi, gli avidi e i furfanti abbandonerebbero il paese; il denaro sarebbe scarso e poco desiderato se ogni uomo godesse dei suoi frutti dei lavoro.
A questo punto un epicureo dirà che bontà e onestà possono ottenersi ad un prezzo più conve-niente dell’eliminazione di tutte le comodità della vita; gli uomini possono essere dei buoni sudditi senza essere schiavi, e religiosi senza lasciarsi governare dai preti. Aggiungerà che ogni mortifica-zione volontaria è una superstizione, adatta ai fanatici, e che si può essere virtuosi senza rinunce.

Queste sono le scuse, non solo di chi è vizioso, ma degli uomini in generale quando li si tocca nel-le loro inclinazioni. Per vergogna delle debolezze, gli uomini sperano di nascondere i loro sordidi desideri e i loro sporchi appetiti, mentre sono invece consapevoli del loro amore per la lussuria.
Ai tempi del paganesimo c’era un paese in cui la maggioranza della gente sembrava davvero de-vota. Il male principale fra loro era la sete, e dissetarsi era un peccato; tuttavia, si riconosceva che ogni uomo era nato più o meno assetato; un po’ di birra era concessa a tutti in misura moderata.
Si pensava che non vi fosse nulla di sbagliato nel farne uso, la scelleratezza stava nell’abuso.
Quelli al timone dello stato, quando erano in pubblico, si mostravano liberi dalla sete, e facevano leggi per impedirne lo sviluppo. Tuttavia, in privato essi apparivano più amanti della birra; ma sempre con il pretesto che il miglioramento della loro salute richiedeva una quantità maggiore.
Poiché la birra non era proibita a nessuno, il clero ne faceva uso come i laici, e alcuni suoi membri in misura abbondante. Tutti però volevano, a causa della loro funzione, essere considerati meno assetati di altri; e non avrebbero mai ammesso di bere se non per curare la loro salute. Esortavano i loro ascoltatori a resistere alla tentazione, ma se le bevevano con piacere.
Chiedevano di averne in abbondanza, e avendo fatto tali richieste per anni, molti pensavano che gli dei non contavano più sui loro voti. Nelle loro preghiere ma non erano mai così distaccati dal mondo, e concludevano chiedendo agli dei di benedire e far prosperare il commercio della birra.
di Domenico Valenza
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