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La canzone


Nel Bosavi esistono 6 forme di canzone vocale: gisalo, kaluba, sabio, iwa, esalo e kelekeliyoba. Di tutte queste la gente del Bosavi sostiene di aver concepito solo gisalo che è anche la più complessa in termini di esecuzione, poetica, composizione e melodia. Dal loro punto di vista la canzone propriamente bosavi è quella che si ascolta nelle cerimonie gisalo. Una chiave per la distinzione delle 6 forme di canzone risiede nei contesti del loro uso. Tutte tranne gisalo vengono cantate per accompagnare il lavoro. Gisalo invece appare sia nelle cerimonie sia come strumento-canzone nelle sedute medianiche, non è mai cantata all’aperto ma riservata alle performance nell’oscurità. Analizzando gisalo risulta evidente quanto sia di fatto una forma-canzone distinta rispetto all’organizzazione tonale. Ha una struttura come tutte pentatonica, ma, l’organizzazione è identica alla rappresentazione musicale del richiamo dell’uccello muni e alla struttura tonale del lamento. Nelle altre forme canzone, inoltre, il centro tonale è sempre la nota più grave (generalmente l’ultima) mentre in gisalo la nota più grave è posta a un intervallo di terza minore sotto il centro tonale, la canzone finisce così sempre sulla penultima nota grave. Gisalo è in pratica la rappresentazione sia del richiamo che del lamento. Per le cerimonie, gisalo, è composto con l’intento di muovere gli altri alle lacrime. Per raggiungere questo obiettivo le canzoni gisalo fanno un uso pieno e drammatico di tutte le risorse poetiche possibili. Inoltre le risorse melodiche della canzone devono combaciare perfettamente con il climax della struttura poetica, in altre parole la canzone deve sviluppare una tensione estetica, ciò che i kaluli chiamano indurimento di una canzone.

La performance deve essere commovente ed evocativa. Tale performance rende il performer nella forma di un uccello. Triste come un uccello un uomo trasforma il lamento e la poesia in canzone, quella canzone muove gli altri alle lacrime e induce a pensare che l’artista sia diventato un uccello.
Un’analisi strutturale del “il bambino che divento un uccello muni dimostra come la metonimia diventi metafora, come la mescolanza di contesti negli episodi della storia trasformi le reazioni intrinseche in relazioni simboliche. Per iniziare un’analisi di questo tipo i sette temi etnografici possono essere riformulati in 7 episodi additivi (*).

Questi 7 sono a loro volta aggregabili in unità organizzative più grandi, dette sequenze strutturali (*), sono 3 ognuna concernente degli stati.
Un’analisi strutturale della storia organizza gli episodi in sequenze che rappresentano la provocazione, la mediazione e la metafora. A livello strutturale il punto è che il sentimento sociale, mediato dagli uccelli, è espresso metaforicamente dal suono. Forme sonore, melodiche e poetiche, sono simboliche del dolore, della perdita e dell’abbandono, e permettono di condividerlo. A livello mitico queste forme vengono raggiunte attraverso la mediazione del diventare uccello. Sono poi attivate culturalmente trasformando il lamento in canzone e la canzone in lamento, entrambe performance il cui canone prevede che il celebrante si trasformi in un uccello. La mediazione sottolinea da un lato la morte e la manifestazione dello spirito e dall’altro i codici estetici che sono le forme culturali per esprimere tristezza e dolore.

Se è vero che le forme espressive kaluli sono strutturate da analogie con la natura allora ne consegue che le relazioni fra ispirazione, percezione, classificazione, simbolismo degli uccelli, sono alla base del significato delle metafore sonore di uccelli nella forma e nell’esecuzione del lamento, della poetica e della canzone.
di Marianna Tesoriero
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