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La creatività chomskyana (o di langue)

Gli studi sulla semantica e sulla pragmatica hanno evidenziato l’irriducibilità a calcolo dei sistemi linguistici, tuttavia a partire dal Seicento i calcoli sono stati candidati ad essere succedanei più sicuri del linguaggio fatto di parole. Nel corso degli ultimi secoli si è tentato di descrivere le lingue con metodi di derivazione logico-matematici, in base a strutture formali in grado di eliminarne o quanto meno ridurne gli aspetti irrazionalistici. Sul principio delle grammatiche universali, Chomsky, negli anni Sessanta del Novecento, riprendendo una tradizione che va da Port-Royal a von Humboldt, ha postulato una grammatica di tipo generativo che, a partire da un numero finito di monemi e da un numero finito di regole, può generare infinite frasi. Si distinguono una creatività regolare che risponde alle regole del calcolo e della combinatoria, ed una creatività che cambia le regole che consente ai parlanti di muoversi all’interno e all’esterno di sistemi e codici linguistici e non linguaggi diversi, dandosi diverse tecniche e all’occorrenza mutando le regole, anche diacronicamente. In base al terzo principio saussuriano, sono, infatti, solo gli utenti che attraverso la parole nel tempo, determinano le modificazioni della langue. Ogni nuova formazione, pertanto, sia che risponda alle regole oppure no, può essere accettata o rifiutata dal sistema solo se di fatto entra nella pratica dei parlanti.
di Niccolò Gramigni
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