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La prassi negoziale (la rinegoziazione)

La rigidità delle regole sancite nelle norme del codice civile è apparsa nel tempo sempre più evidente.
Il contraente danneggiato dalla sopravvenuta onerosità può chiedere la sola risoluzione del contratto, ma ciò può non corrispondere ai suoi interessi; molto spesso è più utile la prosecuzione del rapporto a condizioni diverse da quelle pattuite, alterate dalla sopravvenienza.
La prassi negoziale, specialmente nei contratti internazionali, utilizza sempre più spesso le clausole di rinegoziazione.
La rigida normativa italiana dell’art. 1467 c.c. è ripensata, nella dottrina più attenta, con un uso più accorto del principio di buona fede.
Nei casi di contratti a lunga durata, dove il rischio di sopravvenienze è maggiore, l’art. 1375 c.c. è individuato come una possibile fonte di una obbligazione di trattare per “mantenere in vita il contratto in funzione delle utilità economiche e giuridiche volute dalle parti e tutelate dall’ordinamento”.
La giurisprudenza italiana elabora con molta circospezione l’obbligo di rinegoziare, mentre l’intervento correttivo del giudice è ricostruito in modo diverso dalla dottrina.
Alcuno lo ammette solo quando da una clausola o da un’interpretazione di buona fede del regolamento emerga in quali termini le parti abbiano inteso ripartire il rischio, fissando criteri atti a ristabilire l’equilibrio; altri individuano un ruolo più intenso dell’art. 1375 c.c. per reprimere l’abuso e per riequilibrare con l’equità; altri ancora osservano che “l’obbligo di negoziare è obbligo di contrarre le modifiche del contratto-base suggerite da ragionevolezza e buona fede”, sicché la parte, la quale “per inadempimento dell’altra non attiene questo contratto modificativo, cui ha diritto, può chiedere al giudice che lo costituisca con sentenza”.
Lo squilibrio del rapporto che nasce da un assetto concordato ab origine dalle parti, necessita di strumenti duttili di valutazione e impone una attività di ripensamento dei rimedi.
di Stefano Civitelli
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