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La prima edizione delle Vite del Vasari

Sull'origine delle Vite di Vasari c'è molto da dire. Il Vasari stesso racconta di come nacque il suo capolavoro, nella sua autobiografia, stranamente frammentaria, affrettata e superficiale, che si trova nella seconda edizione dell'opera. Il racconto della riunione, datata Roma 1546, in casa del cardinale Alessandro Farnese, a cui parteciparono anche Giovio e Annibal Caro, sembra inventato di sana pianta, così come dimostrato dal Kallab. Paolo Giovio, di cui Vasari sembra sconoscere il suo Elogio degli uomini celebri, è il suo diretto predecessore, anche se Vasari aveva già precedentemente mostrato interesse per queste manifestazioni, e una cultura in merito se l'era già fatta grazie all'educazione umanistica ricevuta. La dedica a Cosimo I mette in evidenza che il suo lavoro durò dieci anni. Abbiamo dei punti forti per affermare che la sua preparazione risale almeno al 1540.
Nel 1547 poteva veramente presentare ad Annibal Caro un estratto del suo lavoro; Caro, d'altro canto, risponde positivamente, lodando lo stile ed il contenuto, criticando solo certe particolarità stilistiche che gli sembrano in contraddizione con la lingua naturale.
La prima edizione delle Vite esce nel 1550, stampata dal Torrentino. Consta di tre parti ed è divisa in 3 volumi. Ancora più bella della seconda edizione, qui c'è tutta la bravura architettonica di Vasari, che crea un'opera di getto che, pur con qualche manchevolezza, viene composto con rigore e rigidità. Fedele al principio della storiografia fiorentina che prevedeva di trattare solo autori morti o la cui parabola artistica era completa (come il cieco Rovezzano) e dunque visibile nell'insieme. Unica eccezione, Michelangelo, mito vivente del Vasari e dell'Italia intera, colui che l'immortalità l'aveva già raggiunta in vita. Michelangelo è il punto culminante dell'opera, la cima che corona tutto l'edificio, la luce a cui anela tutto il libro, il compimento della sua fatica. Un'architettura che non si troverà nella seconda edizione. Si faranno sentire dovunque voci sfavorevoli e un profluvio di calunnie seguirà per un pezzo l'opera. Qualcuno attribuì l'opera ad un amico del Vasari, il Razzi, anche se l'opera del Razzi è datata 1615 ed è solo un cattivo estratto dell'opera vasariana, per giunta della seconda edizione. Ci sono, in effetti, parti non di sua propria mano, ma sono ben poca cosa: le iscrizioni tombali della prima edizione, fornitegli da Annibal Caro, dall'Adriani e dal Segni; il capitolo sulle miniature di Attavante (che sono però contenute nella seconda edizione) fornitegli da Cosimo Bartoli; un estratto, infine, di poca importanza sulla Storia dell'arte di Plinio, fornitagli da una lettera dell'Adriani. Insomma, le Vite sono genuina opera della maestria del Vasari.
La seconda edizione, uscita nel 1568 con stampa del Giunti, è diversa. Il Vasari aveva viaggiato molto, imparando moltissimo. Paesi che prima gli erano sconosciuti o quasi ora gli apparivano in tutta la loro compiutezza (Assisi e l'Italia settentrionale in genere). Vasari corresse naturalmente molte sviste: I Pisani, ad esempio, che nella I edizione figuravano come scolari del più tardo Andrea Pisano, ora avevano un capitolo speciale.
Il Vasari, glielo si riconosca, non rifuggì mai dalle critiche giuste, e possedeva una cultura storica molto fine. Ornò il suo lavoro con i ritratti degli artisti che aveva disegnato lui o i suoi allievi, offrendo un modello a quelli che verranno dopo. Si lagnò occasionalmente degli incisori veneziani e delle loro riproduzioni poco fedeli.
di Gherardo Fabretti
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