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Le varie vie etiche in questione

Le spine sono di diverso tipo, perciò a seconda delle funzioni che vengono sorrette vi è la possibilità di diverse alternative etiche. Di fronte a questi interrogativi le persone tendono a ricercare principi e regole a cui ispirare la condotta, tale dimensione ci riporta automaticamente alla questione se riconoscere o meno delle prerogative da far valere a favore della persona coinvolta, ci si chiede poi cosa è giusto o virtuoso che una persona faccia o dica in situazioni di questo tipo.
Il tipo di riflessione che avviamo quando ci chiediamo se una certa condotta relativa alla fine di una vita umana sia accettabile moralmente o meno, chiama in causa due prerequisiti: l’universalità delle regole, dei principi, dei diritti e dei doveri che si intendono sostenere e la coerenza delle applicazioni, moralità frammentate e dunque dall’incoerente risoluzione e molto probabilmente contraddittorie non saranno in grado di aiutare la nostra riflessione.
Negli ultimi secoli, la questione di cosa è doveroso o giusto fare in presenza della morte, è stata affrontata da due diverse concezioni etiche: il punto fondamentale di contrasto è quello tra coloro che ritengono che la vita umana non sia disponibile alle persone e quelle che ritengono che le persone ne possano disporre.
Coloro che sostengono la tesi della non disponibilità della vita umana presentano spesso un principio con cui giustificano il loro atteggiamento: il principio della sacralità della vita umana, tale espressione presenta in realtà diversi significati: la concezione tradizionale riconosce una sacralità alla vita in quanto vuole rimarcare il particolare valore che l’essere umano possiede rispetto agli altri all’interno della catena degli esseri in quanto dispone di un’anima immortale che richiama e postula la sua creazione da parte di Dio, i sostenitori di tale concezione finiscono col considerare assoluto il principio di non disponibilità di ciò che il creatore ha donato alle persone. Accanto a questa concezione ne troviamo un’altra che presuppone rispetto fondamentale per l’investimento umano nella vita (dotata quindi di valore e dignità). Tale concezione non ha presupposti teologici come quella tradizionale ed è conciliabile con l’ammissione della disponibilità della vita e della morte riconoscendo che la vita di cui dispone ciascuna persona è sacra e per tale motivo deve essere rispettata, tale rispetto può spingersi fino a riconoscere un diritto a porre fine a questa stessa (nel momento in cui non più vissuta con dignità).
L’etica che sostiene un principio assoluto di non disponibilità della propria vita è stata sottoposta negli ultimi anni ad una serie di critiche. Le argomentazione fornite e con cui Hume giunge a restituire agli uomini la loro nativa libertà mostrano, sul piano razionale, le assurde implicazioni dell’etica della non disponibilità (la concezione tradizionale di ispirazione teologica per  intenderci). Hume sostiene che la vita degli uomini sia soggetta alle stesse leggi cui è soggetta la vita di tutti gli altri animali tutte queste esistenze sono soggette alle leggi generali della materia e del moto (per l’universo la vita di un uomo non più importante di quella di un’ostrica) dunque non si vede il perché il diritto che hanno gli animali di seguire per la vita e la morte la loro prudenza non debba essere riconosciuto anche agli uomini.
Le conseguenze derivanti dall’accettazione del principio della non disponibilità della vita, come fondamento delle proprie decisioni etiche, risultano del tutto contraddittorie: se disporre della vita fosse una prerogativa peculiare dell’onnipotente sarebbe ugualmente criminoso salvare o preservare la vita da parte degli uomini, per intenderci, se cerco di scansare un sasso che mi cade sulla testa disturbo il corso della natura e invado il dominio peculiare di dio prolungando la mia vita oltre il periodo che in base alle leggi della materia e del moto, le era assegnato. È un’assurdità, e questo giustamente lo sostiene Hume, inoltre, se la mia vita non fosse del tutto mia, sarebbe egualmente immorale sia metterla in pericolo sia disporne. L’analisi razionale permette di accorgersi che al fondo di questa etica della non disponibilità della vita permangono residui di vecchi tabù e superstizioni: la provvidenza ti ha affidato una certa posizione e quando tu la diserti sei colpevole di ribellione contro il tuo onnipotente e incorri nella sua collera. Seguendo questo ragionamento l’onnipotente mia ha posto in questo momento in questa stanza, ma non la posso abbandonare quando voglio senza correre il rischio di essere accusato di diserzione?!
In contrasto con il principio di non disponibilità della vita troviamo il principio per cui ciascuna persona umana può disporre pienamente della propria vita, tale principio è un presupposto da cui poter procedere per  ricavare un vero e proprio diritto morale a morire in determinate circostanze.
di Marianna Tesoriero
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