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Legalismo etico di Hobbes



Hobbes appartiene all’età del razionalismo, ma se ne distingue per la sua diversa concezione della ragione: egli infatti ritiene che quest’ultima sia calcolo su nomi e definizioni, non la facoltà di intuire in modo evidente i principi primi dell’organizzazione razionale della realtà, in grado di rispecchiarne l’essenza metafisica. Egli si attiene ad un’interpretazione convenzionalistica della realtà. Allo stesso modo in campo etico politico, nessuno è in grado di stabilire in assoluto ciò che è giusto o buono perché questi sono nomi attraverso i quali si esprime ora una concezione etica, ora un’altra. Il suo è allora un legalismo etico: “è buono solo ciò che la legge ordina”. Per questo motivo Hobbes è lontano anni luce dal giusnaturalismo classico, che vede nell’uomo stesso la possibilità di individuare naturalmente ciò che è buono e ciò che non lo è.
Egli ebbe parecchie fonti classiche: Tucidide e Lucrezio (da cui mutuò l’espressione homo homini lupus) in particolar modo per la descrizione dell’egoismo quasi bestiale dell’uomo e la vanità del suo continuo affaccendarsi nel mondo. La sua concezione misantropica lo porta a sostenere che l’uomo vive tutto immerso nel suo egoismo malvagio: perché questo egoismo non diventi pericoloso, lo stato deve sapere bene incanalarlo e raffrenarlo.

Tratto da STORIA DELLA FILOSOFIA MODERNA di Carlo Cilia
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