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Michel Montaigne

La coscienza dell'individualità Montaigne può essere considerato l'ultimo dei grandi umanisti del '500; i suoi Essais riecheggiano di ideali non dissimili da quelli di Erasmo ma con forti accentuazioni pessimistiche e scettiche. Spettatore di una Europa che si sta dilaniando in sommovimenti pubblici, Montaigne assume un atteggiamento di rigetto e di profondo disdegno. Il primo atto di ripudio di una realtà esterna così deteriorata dal pregiudizio e dall'odio politico e religioso Montaigne lo esprime proponendo la sua propria esistenzialità come oggetto del suo studio, per chiedersi chi egli è e che cosa sa. Questo ripiegamento su se stesso non è mosso tuttavia da ostinazione egoistica: egli vuole raccontare l'uomo senza la pretesa di insegnargli verità assolute, vuole vederlo come è, delimitato nella sua finitezza esistenziale, ma anche capace di rendere pubblico il suo conoscere ed il suo sentire. Questo è per lui un atto di umiltà, connesso al sentimento della relatività delle cose e alla difficoltà che l'uomo si innalzi al di sopra di se stesso e dell'umanità con i mezzi di cui dispone; nel riconoscimento di questo limite però vi è anche la sollecitazione etica a comprendere che ogni uomo è in se un valore da rispettare e non da assoggettare a fedi religiose e pubbliche dogmatiche e fanatiche. Il merito dell'Umanesimo è appunto per Montaigne quello di aver riportato alla ribalta della vita l'individualità: ciò che l'uomo può trovare di verità deve cercarlo in se stesso, nella sua ragione, nella sua sensibilità e non in un sistema prefigurato di essenze superiori ed anteriori al suo esistere concreto. A qualunque categoria o classe metafisica, sociale, economica l'uomo appartenga, ciò che egli sa di se stesso lo sa quando si pone al di fuori di queste categorie o classi e quando scopre se stesso come essere originale ed irripetibile. E' necessario così un esercizio intenso di autoriflessione per scoprire scopi e significati della realtà umana che le situazioni aberranti del presente dissolvono e discreditano. Non gli sembra più possibile, dopo l'Umanesimo, includere l'uomo in un universo compatto e indecomponibile e comunque questo tentativo non può essere più intrapreso con la violenza e giustificando la guerra santa. E' assurdo che il sovrano si presenti come imago dei: nessun potere politico può accentrare in sè la totalità dei valori e farsi interprete della verità. L'esperienza umana è differenziata e pretendere di riportarla ad un modello invariabile non può che essere abusiva coercizione; ciò che l'individuo sa e ciò che sente in modo autentico, lo deve alle sue acquisizioni personali.

Il pluralismo relativistico

Tutto il lavoro del pensiero deve tendere a farci vivere bene e cioè secondo le nostre più autentiche disposizioni, anche se il vivere in modo sano e con gaiezza implica una condotta saggiamente ispirata alla giusta misura e proporzione. Questa visione dell'esperienza umana accetta l'idea della relatività. C'è in Montaigne una specie di pluralismo relativistico e, se si vuole, anche di pluralismo scettico: l'idea di una legge naturale che rimanga inalterata in tutti i tempi ed in tutti i luoghi non corrisponde alla effettività delle cose. Ogni paese, ogni comunità ha i suoi propri usi e costumi e non vi è conoscenza fatta di regole universali. Montaigne vuole soddisfare le sue curiosità intellettuali attraverso la scoperta della molteplicità, della relatività e della differenza come caratteri insopprimibili degli esseri e delle cose. Il relativismo di Montaigne non è stasi morale o fuga dalle responsabilità culturali e il suo scetticismo è di alto profilo e può perciò combattere gli scetticismi più volgari e di moda che crescono anche all'ombra delle grandi fedi e dei grandi principi. Il suo senso della relatività non si converte in un definitivo pessimismo antropologico bensì nella ricerca di una naturalità della condizione umana. La natura esige per Montaigne una disposizione umana ad evitare l'inutile austerità e penitenziali e le abusive scissioni fra anima e corpo. La natura chiede anche ad ogni esistenza consapevole di prendere confidenza con l'idea della morte: ogni meditatio mortis è, come lui dice, una educazione alla libertà. Non bisogna vedere la morte come un'incombenza drammatica che spezza e distrugge tuttto ma considerarla come culmine di un processo naturale in qualche modo più desiderabile di una condanna dell'uomo all'eternità; l'importante è che la morte trovi l'individuo operoso, non atterrito da essa e neppure troppo angosciato di non aver potuto completato il proprio lavoro. Nel pensiero di Montaigne è valorizzata l'esperienza della solitudine come condizione di affinamento spirituale e anche di più autentica rapportualità con gli altri individui concreti. La vita sociale non deve essere un meccanismo che assorba interamente l'uomo: che ciascuno partecipi doverosamente e dia il suo contributo alla collettività ma che ciascuno si riservi un "retrobottega" nel quale possa stabilire la sua vera libertà e riconoscersi nella sua più profonda ed irripetibile umanità.

Libertà e conformismo
Le intuizioni e le analisi umanistiche di Montaigne incontrano però un limite che ha una sua drammaticità: egli non pensa che nel suo tempo malato le prospettive ispirate alla pacatezza dei giudizi e alle idee di comprensione, di tolleranza e di reciproca garanzia abbiano possibilità di un loro riscontro nel mondo politico. Si apre allora nel pensiero di Montaigne una spaccatura fondamentale: da una parte c'è il saggio con la dignità della sua autonomia esistenziale ma dall'altra parte c'è una società che fa larga parte al fanatismo. Per sanare questo contrasto non si intravede una soluzione prossima umanisticamente soddisfacente. Ciò che allora si può fare è non rinunciare alla libertà interiore, cercando però di adeguarsi nell'agire pratico al costume esistente ed alle leggi ricevute, confidando che l'ordine esterno dia un rassicurante equilibrio alla coesistenza. L'individuo accetti certe assuefazioni all'esteriorità, non faccia del suo mondo interno la misura di tutto ma anche quando si adegua all'ordine esterno non rinunci alla sua riflessione critica e cerchi sempre di rispettare e temere la sua ragione e la sua coscienza. Secondo Montaigne l'esercizio della libertà interiore è fondamentale presupposto dell'emancipazione umana.
di Viola Donarini
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