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Mill e il diritto a morire

Mill, utilitarista, considera il diritto a morire come una pratica morale finalizzata alla massimizzazione della felicità generale, è il diritto di ognuno a non soffrire contro la sua volontà (da estendere anche agli animali).
Considerando i casi di espressa volontà del morente (quindi durante se cosciente) o dichiarazioni del paziente prima di uno stato vegetativo, possiamo considerare il diritto a morire sia nell’ottica negativa per la quale si eviteranno sofferenza inutili, che in quella positiva, favorendo la libertà e l’autonomia di ognuno. Fattostà che non ci sono ragioni accettabili per estendere a tutti gli esseri umani una sola concezione del morire.
Una volta riconosciuto (ipoteticamente) un generico diritto a morire è difficile poi estendere tale concetto a diversi casi concreti, il confine tra lasciar morire con dignità ed omicidio è abbastanza sottile e spesso termini carichi di emotività vanno a creare ancora più confusione. Rispetto alla morte naturale, noi in bioetica, ci stiamo interessando di morte che è funzione della volontà di qualcuno, questione non generalizzabile, non p tutto giusto o tutto sbagliato. Utile per rendere esplicite le differenze tra i vari modi di caratterizzare il morire degli esseri umani è tenere conto delle differenze considerando le volontà in gioco.
Secondo alcuni chi vuol morire per ragioni morali valide (e parliamo di sofferenze fisiche profonde non di un gioco della vita alla roulette) ha diritto di farlo senza essere disapprovato dagli altri. Secondo Hume il suicidio è un atto doveroso in alcuni casi, e gli altri hanno l’obbligo di realizzare la nostra volontà in certe circostanze. Ad oggi tali casi sono molto frequenti, perciò sarà utile distinguere il Suicidio Razionale da quello Assistito il quale implica l’intervento medico per favorire la morte. Diverso è il caso di Assistenza al morente che si uccide materialmente solo e giustifica l’atto, dal caso in cui è il medico a dover agire per volontà altrui. Il suicidio assistito chiama in causa la volontà del morente e la necessità di non costrizione dell’assistente (medico).
Ci sono situazioni in cui l’accanimento terapeutico allunga la quantità della vita, ma, come sottolinea Jonas, ne riduce la qualità. È accanimento anche il pensiero di coloro che accettano come principio il diritto a morire ma lo limitano facendo subentrare la distinzione tra mezzi ordinari e straordinari.
Si considera il diritto a morire necessario di regolamentazione giuridica. È possibile esprimere le proprie volontà attraverso l’uso di dichiarazioni scritte dalla persona e ci riferiamo al Testamento Vita (non omologabili ai beni), alle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (non si considera il valore normativo verso gli altri) e alle Direttive Anticipate di Trattamento, che necessitano la sottoscrizione da parte di un paziente che sia razionale. Tali documentazioni implicano il dovere di altri operatori (delegati e medici) che possono qualora non d’accordo non rispettare tale accordo ma non impedirlo. Il medico invece deve sempre accogliere tale richiesta senza operare discriminazioni da un punto di vista etico o religioso. La critica vuole condurre tali documentazioni all’isolamento e all’egoismo,ma la loro chiarezza non è discutibile.
di Marianna Tesoriero
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