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Modello Sullivaniano

L'analista viene personificato dal paziente: il paziente crea un modello illusorio dell'analista sovrapponendogli gli altri storici della sua vita dovuti alle integrazioni precedenti che ha fatto nel passato remoto e in quello più recente; sovrappone a questa personificazione dell'analista anche gli altri significativi attuali, ad esempio altre persone dell'ambiente ospedaliero dove era ricoverato.

Tutte queste personificazioni vanno a creare una rappresentazione distorta creando un modello “tu” o modello “dell'altro”.

Oltre a questa personificazione dell'analista abbiamo l'analista come “altro reale”, più è disturbato il paziente, meno sarà presente l'altro reale per il paziente; e l'analista altro reale è colui che poi chiarifica ciò che sta avvenendo nell'integrazione in questo momento.

L'analista modula il gradiente di angoscia perché non può permettere al paziente di sperimentare un'angoscia troppo estrema, perché altrimenti scatterebbero i dinamismi, e ciò impedirebbe al paziente di integrare ciò che sta avvenendo.

L'ultimo obiettivo sullivaniano è quello di dissolvere le personificazioni illusorie, di riportare il paziente alla realtà condivisa; una delle tecniche che usava a questo scopo era la controproiezione: ad esempio se il paziente lo percepiva come la madre disprezzante, Sullivan utilizzava una tecnica controproiettiva, cioè diventava una mamma molto accogliente.

Sullivan dava anche molta importanza anche a tutte le esperienze extra-transferiali, cioè l'esperienza del paziente al di fuori dall'analisi (realtà esterna).

Si arriva alla salute mentale nella misura in cui si diviene consapevoli delle proprie relazioni interpersonali.

di Mariasole Genovesi
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