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Moralità e responsabilità individuale

Alla base della moralità non c’è altro che la responsabilità individuale di ciascuno di noi, serve solo che chi richieda tali interventi lo faccia con la consapevolezza che ciò che sta facendo implica la responsabilità nei confronti del nascituro per una sua vita che sia dignitosa.
Un’altra linea argomentativa cui si ricorre  delimitare il ricorso delle tecniche di fecondazione assistita è quella che ritiene giustificato l’uso di tali non solo nel caso della sterilità di coppia ma anche quando attraverso di esse si può impedire la nascita di bambini con gravi anomalie di derivazione genetica. In questo caso si ritengono lecite o addirittura doverose non solo forme di fecondazione assistita omologa ovvero all’interno di una determina coppia ma anche forme di fecondazione assistita che ricorrono a gameti di donatori o donatrici esterni alla coppia e, se disponibili, forme di ingegneria genetica.
Ad oggi disponiamo di informazioni scientifiche che fino a 30 anni fa non erano disponibili, lo sviluppo della diagnostica prenatale e della ricerca genetica ha permesso di individuare una serie di anomalie a base genetica che possono essere vietate ricorrendo alla fecondazione artificiale in vitro omologa o eterologa. Tale argomentazione sostiene di voler salvaguardare, attraverso il ricorso a tali forme, i diritti del nascituro non tanto ad una qualsiasi vita ma piuttosto ad una vita con una qualità minima garantita. Coloro che si oppongono a questa linea di giustificazione obiettano che in questo modo si favoriscono delle pratiche abortive o comunque delle forme di selezione a sfondo eugenetico tendendo ad impedire la nascita di neonati portatori di certe malattie. Il fatto è che spesso in nome del diritto di un nascituro astratto si impedisce la nascita di un concreto essere umano, questa argomentazione, volendo salvaguardare un livello minimo garantito di qualità di vota, sembra ancora una volta fare appello ad un dovere o responsabilità morale dei genitori di non mettere al mondo figli la cui vita possa ritenersi aggravata da deficit insostenibili (vedi il caso USA del reato ad aver messo al mondo una vita sbagliata).
Considerare giustificato il ricorso a forme di fecondazione assistita come via per escludere la nascita di persone con gravi anomalie equivarrebbe a legittimare una discriminazione nei confronti di vite di una certa qualità senza che si possa realmente sapere se saranno felici o infelici. Questo tipo di argomentazione seppur eventualmente accettabile pecca in alcune logiche: è vero che non possiamo escludere che una persona con gravi malformazioni conduca una vita felice ma non possiamo nemmeno esserne sicuri, dobbiamo anzi riconoscere, tenendo conto dell’esperienza comune, che le vite di persone con tali gravi malattie o anomalie sono molto spesso drammaticamente infelici, più brevi e continuamente appesantite da problemi posti dalle malattie cui soffrono. Dunque in questi casi i genitori dovrebbero essere lasciati liberi da qualsiasi forma di coercizione esterna e procedere secondo le loro valutazioni, solo l’assunzione di una responsabilità morale personale di un genitore che accetta di sostenere tale “sfida” risolve tale questione. Suggeriamo cioè che vi sono molti argomenti che per ritenere più che moralmente giustificata una decisione di rinunciare ad una prole ove vi sia un alto grado di probabilità che possa nascere gravemente malformata piuttosto che farla nascere comunque. Proprio perciò risulta moralmente incomprensibile la legge italiana n.40 sulla procreazione assistita che esclude assolutamente come legittimo tutto questo ambito di opzioni per accedere alle pratiche sia di fecondazione artificiale sia alle pratiche di diagnostica pre-impianto, una volta che ad esse si sia fatto ricorso.
Dunque, non possiamo escludere come moralmente accettabile ed eroica una scelta che interrompa lo sviluppo, o prima della nascita o appena dopo la nascita, di una vita destinata a patire gravissime difficoltà per le sue insanabili anomalie.
di Marianna Tesoriero
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