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Parigi, maggio 1968 – Marcello Flores

Ma è Parigi, in maggio, che il 1968 diventa “Il Sessantotto”. Sono decine di migliaia gli studenti che, attorno alla Sorbona, si difendono dalla polizia che l’ha occupata. La brutalità della polizia ha reso l’opinione pubblica ben disposta verso gli studenti, la cui combattività si propaga rapidamente nell’intera società. Le grandi fabbriche sono occupate, i servizi pubblici e i trasporti sono bloccati. Il 24 maggio De Gaulle si appella alla nazione e il Paese sembra scivolare verso un conflitto civile, poi evitato dalla mobilitazione dei moderati e dalla moderazione dei partiti della sinistra.

Il Sessantotto non è finito: nei mesi che seguono è la volta della Jugoslavia, della Svizzera, dell’Argentina, mentre in Spagna, Italia e Germania riprende a fasi alterne la lotta studentesca per controllare l’università e farne la base della propria azione. In agosto le speranze della primavera di Praga sono brutalmente annegate nel sangue dai carri armati sovietici.

L’avvenimento che pose fine alla mobilitazione del 1968 è la tragedia in cui sono vittime gli studenti messicani, massacrati il 2 ottobre a Città del Messico. Dieci giorni dopo s’inaugurano le Olimpiadi e il mondo si disinteressa del destino degli studenti. Soltanto la clamorosa protesta degli atleti neri americani al momento della premiazione dimostrerà l’importanza di tale fenomeno.

Senza il Sessantotto, forse lo spazio non si sarebbe aperto così tanto come è successo. Il movimento ha fatto delle scoperte che sono ancora valide: l’idea di una politica in cui la differenza non implica la deferenza, l’idea di un mondo unico e dei limiti che occorre fissare al potere umano.
di Domenico Valenza
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