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Persistenza e vitalità di Napoli gentile

La definizione di gentile non si perse con lo svanire dei tempi aragonesi. Per esempio si parla di Napoli gentile in una commedia fiorentina del 1569; oppure c’è ne parla Giovan Battista Tufo in una sua opera (Ritratto o modello delle grandezze, delizie e meraviglie della mobilissima città di Napoli) della metà del XVI secolo.
La definizione si mantenne anche nel XVII secolo. “Ho discendenza da Napoli mia gentile” afferma Pulcinella in una delle sue prime apparizioni teatrali.
Giunge così a piena maturazione quel processo di individuazione, definizione e descrizione di una tradizione letteraria napoletana (e in napoletano). L’opera che apre questa autobiografia letteraria della città e il Forastiero di Giulio Cesare Capaccio. Nelle pagine del Capaccio l’onomasticon letterario della città comprende Sannazzaro, il Rota, Pontano, Tasso, Marino e G.B Basile.
Nel Capaccio le glorie letterarie si accompagnavano a quelle in ogni altro campo dello scibile: diritto, medicina, filosofia, arte, scienze e musica.
La definizione di Napoli gentile è ancora presente nella tradizione cartografica e iconografica della città. Del 1579 è la pianta della città (La città di Napoli gentile) di Mario Cartaro.
Napoli gentile è il titolo della mappa di Nicolò Van Aelst del 1590. entrambe si rifanno alla mappa Lafrery.
di Stefano Oliviero
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