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Ricerca sulle cure dei bambini immigrati

Fare ricerca sulle modalità di cura dei bambini immigrati fra zero e tre anni significa anche svelare le dimensioni affettive e progettuali dei servizi educativi che si richiamano invece spesso a logiche di assistenzialismo/contenimento e ristabilire con le donne coinvolte una condivisione paritetica del mondo dell’infanzia. I temi di questa ricerca sono stati:
-    Auto percezione e rappresentazione dei bisogni di cura dei bambini
-    Soluzioni adottate, forme di auto-organizzazione, reti di aiuto
-    Confronto fra le pratiche di cura
-    Proposte per un sistema di servizi attento alla dimensione culturale.
La metodologia della ricerca invece riguardava: focus group con le mediatrici culturali appartenenti a sei gruppi nazionali e interviste su un campione di 38 donne immigrate provenienti da:
-    Filippine
-    Perù
-    Egitto
-    Marocco
La scelta di queste nazionalità dipende dal fatto che queste erano residenti  in percentuale maggiore tra Milano e provincia.Non si possono riunire sotto l’unica categoria “immigrazione” più persone che si differenziano per specificità importanti legate alla propria storia personale, familiare, sociale, culturale. Già alla base della partenza risiedono motivi diversi: si può decidere di emigrare per motivi economici, politici per il ricongiungimento familiare o per sfuggire a ruoli tradizionali ritenuti ormai inaccettabili. Generalmente  le donne, almeno in questa ricerca, sono più regolari dal punto di vista giuridico perché inserite in un contesto lavorativo che offre più possibilità di collocamento, quello domestico. Raramente le donne partono all’avventura allo sbando, la loro presenza qui si colloca entro ruoli e spazi sociali ben definiti e condivisi. L’immigrazione familiare sta aumentando e si sta modificando profondamente: si pensi che nel 1993 i bambini nati Italia erano 7.000 mentre nel 2000 se ne sono contati 25.916. Inoltre le persone immigrate si stanno spostando dai centri urbani come città e capoluoghi a centri decisamente più piccoli, segnale questo che indica la volontà di ripensare il proprio progetto migratorio in termini di stanziamento medio - lungo. Ma ad aumentare sono anche i figli nati fuori dal matrimonio ed i nuclei monoparentali. L’arrivo nel paese ospitante è ricco di situazioni diverse, nuovi contorni del sé e del mondo in cui si vive. Ad esempio molte culture come quella araba- magrebina tende a vedere la gravidanza  e il puerperio la nascita come un affare esclusivamente femminile mentre al contrario nel nuovo contesto queste donne devono necessariamente appoggiarsi ai mariti per l’accesso ai servizi data la loro precedente presenza sul territorio (le donne arrivano per il ricongiungimento) quindi la migliore capacità di esprimersi in una lingua straniera. Ma spesso non si riflette sull’importanza di tale dato: quante domande restano mute o inespresse perché mettono a dura prova un differente senso del pudore e quindi sono causa di imbarazzi ?(Ivi pg 25) sono iniziative, saperi e segreti che nel loro paese di origine appartengono all’universo femminile di madri, sorelle, suocere..in una continuità di legami che rassicura e funge da contenitore affettivo ed esperto. Non a caso un tema ricorrente nella maternità vissuta da immigrate è proprio quello della solitudine e dell’isolamento esperito durante la gravidanza e il parto e l’impossibilità di condividere con qualcuno, con un contenitore affettivo ansie, paure e sogni (pg26) “ non si può diventare madri senza avere accanto la propria madre” dice una donna egiziana intervistata. La presenza della madre infatti assicura la continuità dei legami e il passaggio dei saperi, protegge dai timori e dai rischi (ibidem). Per molte donne l’avere un bambino fa parte integrante del proprio progetto migratorio. Sono donne che sono partite per raggiungere i propri mariti con il ricongiungimento familiare ma qui senza un figlio non hanno scopi, obiettivi. Nei paesi di origine, soprattutto quelli arabi- magrebini, aspettare un bambino, soprattutto se maschio, non solo rafforza la propria identità di donna adulta e la rende degna di rispetto assegnandole un ruolo privilegiato all’interno della coppia e della famiglia ma tale insieme di significati si vanno ad ampliare nel contesto migratorio. Infatti avere un bambino nel paese di accoglienza diventa un vero e proprio ancoraggio perché legittima la presenza in terra straniera, aiuta a sopportare il senso di sradicamento e solitudine a tal punto che non avere un bambino in tempi brevi crea angoscia e depressione (ivi pg.26) .di seguito le esperienze di donne immigrate appartenenti a sei gruppi etnici: filippine, peruviane, egiziane, marocchine,cinesi e singalesi.
di Barbara Reanda
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