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Semiologia della decodificazione e semiotica interpretativa

Sui fondamenti delle teorie saussuriane e nella scia strutturalista, nasce una prima semiologia della decodificazione (o del codice). La semiologia della decodificazione (o del codice) si sdoppia in due percorsi teorici fondamentali: la semiologia della comunicazione e la semiologia della significazione. La semiologia della comunicazione, parte dal presupposto che affinchè ci sia un processo di semiosi sia sempre necessaria la volontà di comunicare. Ciò che viene prodotto è un segnale ovvero un segno volontario emesso coscientemente con scopi specifici. Il secondo, definito semiologia della comunicazione, guarda al segno dalla parte del ricevente: l’intenzione di comunicare non è necessaria né il codice sottostante deve essere necessariamente noto all’emittente. Si parla stavolta di indici/indizi. Prieto ricordava che esistono degli indici non naturali che acquistano la capacità di essere tali solo in una determinata società essendo la società stessa a stabilire tale validità: non parliamo perciò di indici naturali in senso stretto ma, soprattutto, di indici convenzionali inscrivibili in un ambito socio-semiotico, istituiti e riconosciuti da agenti sociali che, come tratti di stile, caratterizzano determinate culture o classi sociali. Trascurando ora il tratto volontario/non volontario, l’attenzione si sposta sulla natura stessa del segno che da biunivoco diviene plurivoco, implicando direttamente un’attività interpretativa dei soggetti. Il sistema di riferimento non è più il codice ma l’enciclopedia, fondamento della semiotica interpretativa. Dagli anni Ottanta in poi si fa strada una semiotica interpretativa le cui linee di analisi sono fondate non più sul tratto volontario/non volontario bensì sulla natura stessa del segno, inteso ora come aperto e plurivoco. Il passaggio è rintracciato, nella fattispecie in mutamenti di ordine socio-culturale. Innanzitutto la diffusa critica allo strutturalismo porta ad intendere il codice non come uno strumento utile alla comprensione, ma come qualcosa di rigido che deve essere abolito per dare spazio ad una libera interpretazione, altrimenti impossibilitata dai vincoli del codice stesso. Oltre al primo livello informativo e al secondo simbolico, per certi versi codificati, esiste un ulteriore livello che contiene un nuovo senso, ottuso, “di troppo” da cui si evince ancora una volta l’esistenza di un “qualcosa” di percepibile ma di non formalizzabile. La soggettività, ovvero l’azione pratica del comunicare, trascurata nell’idea di codice come equivalenza, diviene parte attiva del processo aperto di semiosi. Gli apporti dati dal cognitivismo ai fondamenti biologici della comunicaizone contribuiscono a valutare gli aspetti “mentali”, prima scarsamente considerati, che ora rivelano dinamiche biologiche non più trascurabili. Non ci sarebbero perciò enunciati isolati da altri enunciati, ma questi sarebbero sempre connessi in una rete e retti dal principio di dialogicità ovvero di intertestualità, un rapporto che, richiamando un enunciato e un altro, come in una polifonia, determina il senso. Il secondo orientamento si determina sulla qualità intrinseca al sistema semiotico ovvero sulla sua apertura, e sulle modalità cognitive e contestuali in cui esso viene assunto. Le teorie semiotiche di Peirce, nelle quali meglio si rintraccia la concezione del segno plurivoco come rinvio continuo e mai stabile, stigmatizzano le nuove impostazioni di una semiotica interpretativa. Se alla codificazione suole collegarsi il concetto di codice e dizionario, all’interpretazione si associa quello di enciclopedia che consente ora di attuare una serie di riferimenti che aiutano a comprendere il testo. Se abbiamo identificato in principio i segni linguistici come segni arbitrari, basati su rapporti di equivalenza, è ora necessario affermare che tale equivalenza sussiste solo in prima istanza: la necessità di rinvio a percorsi inferenziali assimila il percorso interpretativo a quello previsto dai segni indicali.
di Niccolò Gramigni
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