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Temi principali di 'La Favola delle Api' di Mandeville

La favola di Mandeville fu stampata nel 1706 in un libretto intitolato L’alveare scontento, ovvero i furfanti resi onesti. Fin dalla prima pubblicazione, fu considerata da molti una satira della virtù: ciò spinse Mandeville ad informare il lettore circa il vero intento con cui questo poema era stato scritto. Mandeville in proposito ne parla come di una storia con versi zoppicanti.

La satira svolta nei versi vuole rilevare la bassezza degli ingredienti che insieme compongono la salutare mistura di una società ordinata. Lo scopo principale della favola è mostrare infatti l’impossibilità di godere delle comodità della vita presenti in una nazione industriosa, e avere insieme la benedizione di tutte le virtù; e denunciare, in base a questo, l’irragionevolezza e la pazzia di chi protesta contro i vizi, che fin dall’inizio del mondo sono inseparabili da tutti i regni.

Mandeville mostra come questi vizi di ogni persona, grazie ad un abile governo, siano resi utili per la grandezza e la felicità del tutto. Leggendo questi versi, Mandeville crede che la gente che rimprovera di continuo gli altri imparerebbe a guardare in casa propria, ed esaminando la propria coscienza si vergognerebbe di protestare per ciò di cui anch’essa è colpevole.

Mandeville osserva che a Londra vi sono molte persone che desiderano avere strade più pulite del solito; ma se venisse loro in mente che ciò che li disturba è il risultato dell’abbondanza e del grande traffico, allora, avendo a cuore il loro benessere, difficilmente vorrebbero strade meno sporche.

Mettendo da parte ogni grandezza mondana, per Mandeville il modo in cui gli uomini hanno possibilità di godere della vera felicità è una piccola società pacifica in cui essi vivono contenti del prodotto naturale in cui abitano, piuttosto che una moltitudine ricca e potente.

Dopo la prima edizione, si levò una protesta contro il libro, corrispondente alle aspettative di Mandeville circa la giustizia, la saggezza e la lealtà di coloro della cui buona volontà dubitava. Sul libro si pronunciò la Giuria d’Accusa, e fu condannato da migliaia di persone che non lo avevano letto.
di Domenico Valenza
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