I viaggi di Moravia. Gli odori e i compagni di avventura

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Massimo Galanto Contatta »

Composta da 72 pagine.

 

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Oltre il romanzo. Alberto Moravia viaggiatore e saggista. di Massimo Galanto

La “scoperta dell’Oriente” da parte di Alberto Moravia è da collocarsi nel 1937. Con il battello “Conte Rosso” lo scrittore parte alla volta della Cina pre-seconda guerra mondiale, dando il via, così, ai suoi innumerevoli viaggi che lo vedono protagonista fino agli ultimissimi anni di vita.

Avventure che permettono al giornalista Moravia di incontrare grandi personalità politiche, quali Nehru, Tito, Arafat, Ceausescu e Castro e che egli rivive nei numerosi articoli e libri ad esse dedicate; talvolta da solo, spesso accompagnato da, tra gli altri, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini, Moravia realizza i viaggi all’estero assumendo l’atteggiamento di “scrittore turista, il quale è capace di fornire più informazioni degli esperti con le cifre e le indagini che diventeranno, dopo un certo periodo, poco reali”.

Moravia, giunto a Bombay ed avvertito da subito “l’odore nuovo per me di polvere, di spezie e di decomposizione”, quell’odore che – come si vedrà più avanti – ispirerà il Pasolini de L’odore dell’India, si dirige verso Shangai che, negli articoli da lui scritti e pubblicati su «La Gazzetta del Popolo», definisce “costruita da stranieri, piena di usi e di costumi stranieri”; una città, insomma, “che non ha di cinese che la popolazione”.

Shangai per Moravia è una città “brutta, moderna, fangosa”, di divertimenti semplici e monotoni, di sale da gioco e da ballo, “una città schiettamente americana […] dove gomito a gomito vivono la più abbietta miseria e la ricchezza più sfacciata”. Moravia attraversa tutta la Cina e ne impara a conoscere il paesaggio che si ripropone sempre uguale: “una casa con la risaia accanto, un bufalo in mezzo all’acqua e poi le tombe e, intorno, la sterminata pianura, tutta percorsa da invisibili canali sui quali scorrevano le vele di invisibili barche”.

Lo scrittore romano resta positivamente impressionato da Pechino, città dove tutto ciò che si è osservato fino a quel momento è “moltiplicato più volte in grossezza, pesantezza, solidità, magnificenza”, da Canton e dalla “bella e allegra” Hong Kong, città dalla quale il Moravia riparte in direzione Italia dopo due mesi circa (tale è la durata del viaggio; quattro mesi se si considerano l’andata e il ritorno).

Rientrato nella penisola italiana, prima a Bari, poi a Roma, Moravia, come detto, scandisce il suo reportage in una ventina di articoli sul quotidiano diretto da Amicucci. Trent’anni dopo, nel 1967, è Dacia Maraini ad accompagnare lo scrittore nel suo secondo viaggio in Cina. Non più il Paese asiatico del ’37, immobile, dominato dal Vecchio Regime, ma quello dei movimenti della rivoluzione culturale (il resoconto di questo nuovo viaggio, non a caso, prende il nome di La rivoluzione culturale in Cina, ovvero, Il convitato di pietra, pubblicato nel 1967, una sorta di instant book sulla Cina dei “cento fiori”).

Si tratta di una Cina “cambiata politicamente, ma non nell’aspetto esterno”. Tuttavia, solo nel corso del terzo viaggio cinese, nel 1986, a ben trent’anni di distanza dal primo, Moravia comprende del tutto la verità sulla mobilitazione della massa cinese di fine anni ’60, definita dagli stessi cinesi un incubo. Ciò che impressiona maggiormente l’autore de Gli indifferenti sono le processioni delle Guardie Rosse in onore di Mao, in cui i giovani manifestanti, tutti in uniforme blu, stringono nel pugno il piccolo libro del dittatore comunista.