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Il cinema militante al servizio della classe operaia: "Apollon, una fabbrica occupata"

Apollon,una fabbrica occupata: nascita e sviluppo dell’idea

Il regista Ugo Gregoretti racconta così le motivazioni e le vicissitudini che furono decisive per la realizzazione del film: “L’idea di fare un film insieme agli operai dell’Apollon fu il frutto di un’intensa e breve stagione di dibattito che si svolse all’interno del mondo del cinema sul come noi autori potevamo collegarci alle lotte operaie e come poter mettere la nostra esperienza al servizio degli operai.
Nel 1968 a Roma c’era una sola fabbrica occupata, l’Apollon appunto. Si trattava dell’unico episodio del genere nella capitale e se ne parlava come se si trattasse delle officine Putilov della Pietroburgo del ‘17. La fabbrica era stata mitizzata dagli studenti anche se c’erano appena 300 operaiozzi romani. Così decisi di andarci e una sera mi presentai solo con un assistente. Fui riconosciuto ed invitato a mensa. In quel periodo gli occupanti godevano della solidarietà delle cooperative emiliane, il che si traduceva in grosse mangiate di zampone, tortellini, parmigiano e lambrusco. Proposi loro di fare un film che potesse essere utile alla lotta. Gli operai non avevano alcuna intenzione di fare la rivoluzione: volevano solo salvare il posto di lavoro. E io cercai di aiutarli andando contro i colleghi che invece predicavano che bisognava guidare la rivolta per evitare che si appiattisse troppo sulle posizioni borghesi del PCI. Gli operai furono entusiasti e in otto giorni girammo “Apollon, una fabbrica occupata.”
Il film documenta pertanto la lunga cronaca dell’occupazione della tipografia romana, durata oltre un anno, dal 1968 al 1969. Ugo Gregoretti mette in atto un’operazione rivoluzionaria, fino a quel momento mai adottata da nessun cineasta: insieme alla sua troupe elabora un copione facendolo interpretare agli stessi operai della fabbrica.
“Stabilimmo che gli operai dell’Apollon avrebbero collaborato con noi a tempo pieno alla realizzazione di un filmato che poi sarebbe stato usato a sostegno della loro vertenza e delle loro rivendicazioni; da questa osmosi tra una piccola troupe capeggiata da me e i trecento lavoratori che occupavano la fabbrica nacque il film. Decidemmo linguaggio e taglio del film insieme agli operai, dopo grandi chiacchierate alla mensa dell’Apollon. Insieme decidemmo anche che il film dovesse essere attraente, far ridere, piangere, incazzare, anche contro quella che era la tendenza comune dei cineasti politici, ossia non mirare a conquistare emotivamente lo spettatore ma solo ad informarlo dei fatti. Gli operai avevano avuto un’intuizione giustissima e questo naturalmente per me era un invito a nozze perché la prospettiva era quella di mettere in scena un racconto usando gli operai come attori e i capannoni della tipografia come teatri di posa.
L’obiettivo degli operai era quello di portare la contestazione fuori dalla fabbrica, e quindi di mobilitare e coinvolgere l’opinione pubblica e tutti gli strati sociali disposti a sostenerli nella lotta. Per questa ragione presero contatto anche con noi cineasti. Si può dire anche il cinema fosse stato direttamente tirato dentro la fabbrica dagli operai. Mi ricordo che in quel periodo feci anche delle sceneggiature per Carosello, per poi da lì ricavare i soldi per comprare la pellicola. Era davvero un clima di volontarismo idealistico e politico, fu un’esperienza veramente straordinaria”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il cinema militante al servizio della classe operaia: "Apollon, una fabbrica occupata"

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Informazioni tesi

  Autore: Carmine Vitillo
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - Napoli
  Facoltà: Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo
  Corso: Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale
  Relatore: Ugo Gregoretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 79

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