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Documento del Comitato di Bioetica sull'embrione umano

22 giugno 1996

Il documento conclusivo sul problema dell'identità e statuto dell'embrione approvato dal Comitato Nazionale di Bioetica verte sulla questione dello «Statuto ontologico dell'embrione umano», in quanto determinate pratiche biomediche, sebbene finalizzate a scopi leciti come la fecondazione assistita o progetti di ricerca sperimentale, sollevano problemi di liceità.
Il Comitato di Bioetica, pur non sciogliendo la questione della caratterizzazione degli embrioni quali persone, conclude il documento stabilendo una serie di divieti di utilizzazione degli embrioni a qualsiasi stadio di sviluppo essi si trovino, in quanto partecipi della natura umana:
- divieto di produzione di embrioni a fini sperimentali, commerciali o industriali;
- generazione multipla d'esseri umani;
- creazione di chimere;
- produzione di ibridi uomo-animale;
- trasferimento di embrioni umani in utero animale o viceversa;
- soppressione o manipolazione dannosa di embrioni;
- diagnosi pre-impianto finalizzata indiscriminatamente alla soppressione di embrioni;
- formazione in vitro di embrioni di cui non si intenda provvedere all'impianto.
All'unanimità il comitato ha ritenuto moralmente leciti le seguenti pratiche sugli embrioni:
- interventi terapeutici in fase sperimentale su embrioni, quando siano finalizzati alla salvaguardia della vita e della salute dei medesimi;
- le sperimentazioni su embrioni morti ottenuti da aborti.
Una parte del Comitato ha ritenuto che la liceità morale si estenda anche ad altri casi, ben precisati:
- la produzione di embrioni a fini procreativi;
- la diagnosi pre-impianto può giustificare la decisione di non impiantare embrioni solo nel caso che questi risultino affetti da gravi malformazioni o patologie genetiche;
- è lecito utilizzare per scopi sperimentali o terapeutici embrioni freschi o crioconservati che siano biologicamente inadatti all'impianto;
- è lecito utilizzare per scopi terapeutici o sperimentali embrioni crioconservati in «stato di abbandono», purché il loro ulteriore sviluppo non venga protratto oltre il termine in cui, in caso di sviluppo normale, avrebbero potuto impiantarsi.

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