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Influenze della modernità nel cinema di Woody Allen: l'eredità di Ingmar Bergman

Informazioni tesi

  Autore: Daniel Bellomo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere Moderne
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Elena Dagrada
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 177

L’intento della presente tesi è quello di dimostrare come il cinema di Ingmar Bergman abbia profondamente influenzato l’estetica cinematografica di Woody Allen, attraverso l’uso particolare di una serie di figure di linguaggio che il cineasta americano riprende e utilizza nel proprio cinema.
La portata delle influenze del cineasta svedese su Allen viene comunemente letta come omaggio, citazione, riferimento o, a seconda dei punti di vista, plagio. La critica si è soffermata soprattutto su quei film di Allen chiaramente ispirati a Bergman o emulatori del regista svedese, individuandone sporadicamente la presenza, laddove siano apparse evidenti analogie stilistiche o tematiche complessivamente “superficiali”.
Il complesso di “tracce” bergmaniane già riscontrate in molti lavori di Allen, assieme alla sua dichiarata adorazione per il regista svedese, costituiranno il punto di partenza della nostra ricerca: quello che ci preme è infatti penetrarne la superficie per evidenziare l’impronta di Bergman sul linguaggio cinematografico alleniano. Come vedremo, le figure bergmaniane assimilate da Allen rientrano nel contesto del cinema della modernità a cui il regista svedese ha aderito fin dai primi anni Sessanta, per rappresentare l’interiorità e l’onirismo.
Nella sua recensione all’edizione americana di Lanterna Magica, l’autobiografia di Bergman, Allen espone molto chiaramente il problema che il cinema andava affrontando:

The predominant arena for conflict in motion pictures has usually been the external, physical world. Certainly that was true for many years…As the Freudian revolution sank in, however, the most fascinating arena of conflict shifted to the interior and films were faced with a problem. The psyche is not visible. If the most interesting fights are being waged in the heart and mind, what to do? Bergman evolved a style to deal with the human interior, and he alone among directors has explored the soul’s battlefield to the fullest…He created dreams and fantasies and so deftly mingled them with reality that gradually a sense of the human interior emerged…He has found a way to show the soul’s landscape…By rejecting cinema’s standard demand for conventional action, he has allowed wars to rage inside characters that are as visual as the movement of armies. See Persona.

Allen espone la problematica della raffigurazione filmica dell’interiorità con tale candore («the psyche is not visible…what to do?») da sottintenderne per contrasto l’enorme portata nell’evoluzione del linguaggio cinematografico: effettivamente questo è il motivo che assilla e accomuna maggiormente il cinema di entrambi. Si potrebbero infatti adottare le asserzioni di Allen, a proposito della ricerca estetica messa in atto da Bergman nel fronteggiare la rappresentazione dello «human interior», come una sorta di manifesto personale delle motivazioni del suo fare cinema.
Con il presente lavoro tenteremo pertanto di dimostrare come Allen, volendo rappresentare «the psyche not visible», prenda come modello una certa estetica bergmaniana. Quindi, estendendo il discorso relativo alla problematica dell’interiorità a tutto ciò che sottende l’idea di non visibile – in altre parole a ciò che la natura mimetica del cinema non gli permette di raffigurare ontologicamente; ovvero il magico, il sogno, il ricordo, la fantasticheria, il flusso di coscienza, e così via –, tenteremo di dimostrare che tutte queste molteplici sfaccettature dell’invisibile costituiscono motivi ricorrenti sia nel cinema di Bergman sia in quello di Allen. Infine, a prescindere dalle figure di linguaggio specifiche che Allen ha assimilato da Bergman e che andremo ad individuare nel corso della nostra ricerca, cercheremo di comprendere come questa vocazione al costante confronto con l’irrappresentabile in entrambi i cineasti riveli una precisa presa di posizione all’interno del panorama estetico cinematografico: una ribellione contro le convenzioni del cinema classico hollywoodiano, del “montaggio invisibile”, perché da un lato improntato sul celamento della finzione, dall’altro illusoriamente realistico.
Bergman si libererà con grande difficoltà nel corso della sua carriera del linguaggio hollywoodiano, elaborando soluzioni moderne e autoriflessive che svelano gli artifici del mezzo cinematografico e rendono possibile rappresentare nel cinema l’invisibile. Allo stesso scopo Allen assimilerà le innovazioni sperimentate da Bergman nel suo cinema, integrandole in uno stile personale che potremmo definire “europeizzante”, che lo porrà in diretto contrasto con la cinematografia americana e gli varrà il titolo di autore anti-hollywoodiano.
Ho condotto le mie ricerche principalmente nella primavera del 2002 alla Bobst Library della New York University, al Lincoln Center e alla Public Library di New York. Un ringraziamento particolare va al fotografo John Clifford, grazie al quale ho potuto assistere a un set di un film di Woody Allen durante la mia permanenza a Manhattan.

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I INTRODUZIONE L’intento della presente tesi è quello di dimostrare come il cinema di Ingmar Bergman abbia profondamente influenzato l’estetica cinematografica di Woody Allen, attraverso l’uso particolare di una serie di figure di linguaggio che il cineasta americano riprende e utilizza nel proprio cinema. L’eredità bergmaniana nell’opera di Allen è stata analizzata solo parzialmente e costituisce ancora un nodo problematico che vorremmo sciogliere, al fine di riflettere su moventi e sviluppi estetici dell’autore americano. La critica cinematografica, infatti, non ha ancora studiato in modo sistematico le influenze di Bergman su Allen, forse anche a causa di numerosi pregiudizi che si sono stratificati sul complesso delle loro opere. Diffusa è ad esempio l’idea che un abisso separi i due cineasti, a partire dalla loro differente indole, comica per Allen e drammatica per Bergman. Di conseguenza, la portata delle influenze del cineasta svedese su Allen viene comunemente letta come omaggio, citazione, riferimento o, a seconda dei punti di vista, plagio. La critica si è soffermata soprattutto su quei film di Allen chiaramente ispirati a Bergman o emulatori del regista svedese, 1 individuandone sporadicamente la presenza, laddove siano apparse evidenti analogie stilistiche o tematiche complessivamente “superficiali”. Ricordiamo a questo proposito gli accostamenti più ricorrenti operati dalla critica tra i film dei due cineasti: Interiors rimanderebbe a Sussurri e Grida, L’immagine allo specchio e per certe composizioni anche a Persona; A Midsummer Night’s Sex Comedy sarebbe ispirato a Sorrisi di una notte d’estate; Another Woman è stato indifferentemente associato a Persona, Il posto delle fragole, L’immagine allo specchio, Sinfonia d’autunno; Shadows and Fog, ricco di citazioni, rimanderebbe al Bergman di Una vampata d’amore e Il volto; Husbands and Wives sarebbe la versione alleniana di Scene da un matrimonio; Deconstructing Harry si ispirerebbe a Il posto delle fragole e così via. 1 Ci riferiamo a Interiors (1978), il primo film drammatico di Allen considerato dai detrattori un pretenzioso tentativo di emulare il modello svedese; a September (1987), un altro “dramma da camera,” e al successivo Another Woman (1988). Questi tre film “alla Bergman” hanno suscitato le reazioni più controverse della critica, che si è espressa per la maggior parte negativamente e in certi casi senza risparmiare toni aspri e denigratori.

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