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André Delvaux. Una ricerca sulla forma

Informazioni tesi

  Autore: Emiliano Baglio
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere
  Corso: Discipline dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Stefania Parigi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 300

Prima parte: Dopo alcuni cenni sull’infanzia di Delvaux con riferimenti alle divisioni linguistiche, politiche e religiose del Belgio viene ripercorsa, brevemente, la storia del cinema belga con particolare riferimento alla figura di Henry Storck. Segue un’analisi approfondita dei cambiamenti avvenuti negli anni ’60 e del ruolo giocato da Delvaux in tale epoca. Infine vengono dati cenni dell’attività pedagogica svolta da Delvaux e sui primi cortometraggi da lui realizzati
Seconda parte: Viene fornito un quadro generale degli studi sulla filmografia di André Delvaux e vengono esaminate con particolare attenzione le ipotesi interpretative che ruotano attorno all “realismo magico” ed al “perturbante”.
Terza parte: Analisi de “L’homme au crâne rasé”. Si esamina il passaggio dal libro di Johan Daisne al film, le modalità produttive del film ed infine un’analisi sequenza per sequenza del film stesso.
Quarta parte: Dedicata al documentario d’arte “Met Dieric Bouts”. Questa parte si apre con un excursus storico e critico sullo statuto del documentario in generale e del documentario d’arte in particolare. Segue l’analisi di “Met Dieric Bouts”.
Allegati: Conversazioni tra il sottoscritto e Delvaux.

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8 8 Introduzione. Quando partii per il Belgio la mia conoscenza della cinematografia di quel paese si limitava a ben pochi titoli e per quanto riguardava André Delvaux l'unico suo film facilmente reperibile in Italia era (ed è) L'opera al nero. Di quel film ricordo ancora la morte di Henri-Maximilien, fratello di Zenone, tra la terra senese arsa dal sole. Mi sembrò una scena volutamente povera ed aspra, ed ancora oggi, come spesso mi accade dinanzi a troppi film, non riesco a trovare parole migliori per esprimermi. Avrei imparato col tempo che quella povertà e quell'asprezza erano il segno distintivo stesso della cinematografia belga. Alcuni film belgi (penso a Rosetta dei fratelli Dardenne), assomigliano spesso a degli scheletri, senza muscoli o carne che li ricopra, come se fossero svuotati sino all'osso di ogni orpello, come quelle selci che usavano i nostri antenati nella preistoria: lavorate il minimo indispensabile per raggiungere il loro scopo: procurare cibo. Altri (penso a Toto le héros di Jaco Van Dormael) sono barocchi, esibiscono la sfrenata ingenuità di chi esordisce e vuole dire tutto e subito, bruciando le tappe. Hanno sempre, insomma, qualcosa di troppo o di meno in più; ed in questo risiede il loro fascino maggiore. Avrei imparato col tempo quanto questa loro caratteristica sia frutto della storia del Belgio e quanto essi siano simili al sangue che scorre nelle vene degli abitanti di quel paese dove raramente ho visto il sole e troppo spesso ho visto tante persone immerse nella solitudine. Il primo ad aprirmi gli occhi sul cinema di André Delvaux fu il professor Adolphe Nysenholc durante un corso, dedicato all'opera del regista, che egli teneva all'Université Libre de Bruxelles. Ebbe anche la compiacenza di presentarmi a Delvaux dal quale ho imparato tutto il resto ed anche qualcosa in più: la modestia.

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Parole chiave

belgio
cinema
delvaux
documentario d'arte
henri storck
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l'homme au crane rasé
met dieric bouts
realismo magico
storia del cinema

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