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MASSUD di Ettore Mo. Vita, imprese e morte del ''Leone del Panshir'' Ahmad Shah Massud nelle corrispondenze dell'inviato del ''Corriere della sera'' Ettore Mo

Sporche guerre, violenze, guerriglie, miserie, popoli martoriati; sono questi gli ingredienti dell’esperienza professionale di Ettore Mo che, da quasi trent’anni, si fa portavoce nei suoi reportage dei lamenti di un mondo, ma soprattutto di un’umanità, che soffre.
L’Afghanistan rappresenta tutto questo: un popolo stremato dalla guerra, che ha sconvolto gli equilibri strategici del mondo. E’proprio grazie a Ettore Mo se noi oggi possediamo una testimonianza autentica dell’uomo che ha sempre combattuto per l’indipendenza e la liberazione del suo popolo: Ahmad Shah Massud, il “Leone del Panshir”, capo carismatico dell’opposizione ai sovietici prima e ai talebani poi, che ha condotto la sua lotta per l’indipendenza del popolo afghano.
Ettore Mo è stato l’unico inviato italiano che ha incontrato più volte il comandante afghano, raccogliendo il suo grido di dolore e di aiuto rivolto al mondo occidentale; grido che è rimasto inascoltato per anni, almeno fino all’11 settembre 2001, quando il mondo si è accorto di ciò che Massud, attraverso le parole di Ettore Mo, aveva cercato di spiegare, e cioè la nascita di un integralismo islamico portatore di morte e distruzione.
Nel primo capitolo di questa tesi si racconta l’esperienza del giornalista de il ”Corriere della Sera”in Afghanistan, il Paese che ha frequentato più di tutti gli altri al mondo sin dal 1979, anno dell’invasione sovietica; ma nemmeno Ettore Mo sa dire quante volte sia ritornato in Afghanistan, un Paese a lui così caro, con il quale lui stesso ammette di aver avuto una storia d’amore, e quindi ricca di alti e bassi.
Con il secondo capitolo viene introdotta la figura del generale Massud, così come è descritta dalle parole di Ettore Mo: in particolare, analizzo la sua infanzia e la sua adolescenza, trascorsa a Kabul per terminare gli studi, che furono in realtà presto interrotti per la vocazione, già chiara in Massud, di ritornare nel Panshir per guidare la lotta contro l’Armata Rossa.
Il primo incontro tra il giornalista e Massud risale al 1981: in quell’occasione, l’inviato dovette affrontare un viaggio lungo un mese, scarpinando per i monti afghani, prima di poter raggiungere il comandante, nascosto nella vallata per sfuggire agli attentati. Già allora, all’età di 26 anni, l’inviato riconosce nel comandante la figura mitica, leggendaria, che avrebbe lottato per la liberazione del Paese.
Nel terzo capitolo si analizza la trasformazione di Massud che, da giovane studente, riuscirà a diventare un vero e proprio guerriero, un leader carismatico che raduna attorno a sé i suoi fedeli mujaheddin. Per ben sette volte, racconta Mo, Massud riuscì a contrastare l’avanzata dei russi, grazie alla conoscenza perfetta del territorio, servizi segreti eccellenti e, soprattutto, grandi capacità di stratega.
Saranno anche le sue doti di condottiero a permettere la definitiva scacciata dei russi, nel 1989; ma, come descritto nel quarto capitolo, la guerriglia interna proseguirà ancora, perché «La pace non si addice all’Afghanistan». Dopo la ritirata dei russi, Massud si troverà ancora a dover combattere, prima contro Hekmatyar, leader dello Hezb-i-Islammi, e dopo contro i talebani, i folli guerrieri di Dio che lottano per la restaurazione di una vera teocrazia islamica, basata sull’integralismo religioso.
Sarà questa la battaglia più difficile, perché combattuta contro un nemico interno, i talebani, sovvenzionati dal Pakistan e guidati dal finanziatore del terrorismo islamico, lo sceicco Osama Bin Laden.
Nel quinto capitolo si descrive la morte di Massud, ucciso due giorni prima dell’attacco alle Twin Tower da due kamikaze talebani.
Segue poi, tra gli allegati, l’articolo scritto da Ettore Mo in occasione della morte di Massud: solamente attraverso le sue vive parole, infatti, è possibile capire il rapporto profondo, di stima ed ammirazione, che il giornalista provava per Massud.
Come conclusione della tesi ho riportato integralmente l’intervista che Ettore Mo mi ha concesso, in cui spiega il suo intenso rapporto con l’Afghanistan ed il suo legame con Massud.
Da queste parole si può cogliere la grandezza di Ettore Mo, un giornalista che non si è mai stancato di raccontare il volto umano e sofferente dell’umanità. Senza mai delegare ad altri questo arduo compito, ma andando sul posto, di persona, con coraggio e desiderio di capire, scontrandosi con miseria e povertà ma anche con i grandi eroi del nostro tempo, come era Massud: sempre armato di matita e taccuino, perché «il vero giornalismo si fa con la suola delle scarpe».

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2 INTRODUZIONE Sporche guerre, violenze, guerriglie, miserie, popoli martoriati; sono questi gli ingredienti dell’esperienza professionale di Ettore Mo che, da quasi trent’anni, si fa portavoce nei suoi reportage dei lamenti di un mondo, ma soprattutto di un’umanità, che soffre. L’Afghanistan rappresenta tutto questo: un popolo stremato dalla guerra, che ha sconvolto gli equilibri strategici del mondo. E’proprio grazie a Ettore Mo se noi oggi possediamo una testimonianza autentica dell’uomo che ha sempre combattuto per l’indipendenza e la liberazione del suo popolo: Ahmad Shah Massud, il “Leone del Panshir”, capo carismatico dell’opposizione ai sovietici prima e ai talebani poi, che ha condotto la sua lotta per l’indipendenza del popolo afghano. Ettore Mo è stato l’unico inviato italiano che ha incontrato più volte il comandante afghano, raccogliendo il suo grido di dolore e di aiuto rivolto al mondo occidentale; grido che è rimasto inascoltato per anni, almeno fino all’11 settembre 2001, quando il mondo si è accorto di ciò che Massud, attraverso le parole di Ettore Mo, aveva cercato di spiegare, e cioè la nascita di un integralismo islamico portatore di morte e distruzione. Nel primo capitolo di questa tesi si racconta l’esperienza del giornalista de il ”Corriere della Sera”in Afghanistan, il Paese che ha frequentato più di tutti gli altri al mondo sin dal 1979, anno dell’invasione sovietica; ma nemmeno Ettore Mo sa dire quante volte sia ritornato in Afghanistan, un Paese a lui così caro, con il quale lui stesso ammette di aver avuto una storia d’amore, e quindi ricca di alti e bassi. Con il secondo capitolo viene introdotta la figura del generale Massud, così come è descritta dalle parole di Ettore Mo: in particolare, analizzo la sua infanzia e la sua adolescenza, trascorsa a Kabul per terminare gli studi, che furono in realtà presto interrotti per la vocazione, già chiara in Massud, di ritornare nel Panshir per guidare la lotta contro l’Armata Rossa.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Maria Letizia Napoli Contatta »

Composta da 76 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 5089 click dal 26/11/2004.

 

Consultata integralmente 2 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.