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Globalizzazione e teorie della giustizia

Informazioni tesi

  Autore: Michele Lambiase
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Salvatore Veca
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 195

I cambiamenti che in questo scorcio di secolo sottendono a processi che vanno dalla globalizzazione dell’economia al multiculturalismo, dall’assestamento geopolitico post Guerra Fredda al rapporto tra Nord e Sud del mondo sembrano portare alla filosofia politica contemporanea l’impellente richiesta di saggiare la possibilità di estendere i criteri di giustizia dal contesto locale a quello globale. In altri termini pongono ad essa quello che è stato definito il dilemma dell’estensione. Lo scopo del presente lavoro è quello di fornire un’analisi accurata, anche se necessariamente incompleta, delle possibili risposte che le teorie della giustizia, all’attuale stato dei lavori, sono in grado di offrire a tale dilemma.
L'oggetto dell'indagine può essere correttamente inteso nei seguenti termini. Le teorie della giustizia sono impegnate nell'attività di giustificazione; esse, cioè, sono impegnate nella formulazione di "principi di giustificazione di istituzioni, pratiche sociali, regole e scelte pubbliche". Ora, il primo passo della mia ricerca si concentra nel dimostrare come tali istituzioni e dinamiche vengano di fatto investite dai cambiamenti strutturali che la globalizzazione porta con sé. Questi ultimi sembrano, infatti, aver determinato una ridefinizione di ruoli nel rapporto stato-mercato, dove a stati territoriali che perdono quote di sovranità si contrappone un mercato globale in cui circola sempre più potere. Come tutto ciò abbia conseguenze per la filosofia politica contemporanea risulta evidente se si tiene in considerazione il fatto che tutte le teorie della giustizia nelle loro elaborazioni si siano riferite ad un sistema chiuso, generalmente identificabile proprio con lo stato nazione. Vi è, dunque, da chiedersi se principi di giustizia così concepiti, trovino oggi una qualche validità anche sullo sfondo di quei cambiamenti globali che investono proprio lo schema di riferimento entro il quale tali principi hanno trovato sino ad oggi il loro senso pertinente.
Nella seconda parte della ricerca vengono analizzate e confrontate tre tra le più rilevanti teorie della giustizia: la teoria liberale nella versione del contrattualismo di J.Rawls, la teoria libertaria nella versione di R.Nozick ed il comunitarismo. Ciò che emerge con chiarezza è come le differenti risposte al dilemma dell’estensione abbiano un diretto legame con le diverse concezioni della cittadinanza contenute in esse. In particolare, più esigente si dimostra la concezione della cittadinanza meno idonei all’estensione risultano essere i principi di giustizia ad essa legati.
La terza parte è dedicata alla tradizione liberale. Al suo interno sono, infatti, riscontrabili recenti contributi che si dimostrano di grande interesse nel tentativo di superare l’imbarazzo di fronte alla sfida estensiva di cui era vittima il contrattualismo rawlsiano del ’71. In particolare mi sono soffermato sulle teorie di C. Beitz, di T.W. Pogge e sul saggio dello stesso Rawls "The Law of People".
Nella parte conclusiva viene presentato un bilancio della ricerca, in cui ho evidenziato come, al fine di risolvere il dilemma dell’estensione, il diritto dei popoli rawlsiano possa essere considerato una alternativa credibile nei confronti della "cittadinanza snella" nozickiana e del rifiuto comunitario dell’idea stessa di estensione.
Le ultime pagine sono dedicate ad alcune considerazioni di carattere generale sulla modalità attraverso la quale gli approcci universalistici sembrano porsi di fronte alla sfida estensiva. Se ci si concentra sulla proposta libertaria e su quella rawlsiana, a me sembra sia possibile rinvenire, al di là delle grandi differenze che tra esse intercorrono, un loro punto di contatto nel prendere le distanze dalle questioni inerenti il conflitto distributivo. La mia impressione, in altri termini, è che allo stato attuale dei lavori la giustizia distributiva non trovi alcuno spazio all'interno degli approcci che raccolgono la sfida estensiva; è come se l'impegno universalista venisse accompagnato da un corollario che sancisce l'impossibilità dell'estensione di principi volti a modellare distribuzioni giuste dei costi e benefici della cooperazione sociale. Ora, se tale estromissione, nel caso libertario, è da rinvenire nello stesso codice genetico della teoria nozickiana, altro discorso riguarda il diritto dei popoli rawlsiano. In esso sono infatti presenti due assunti volti a giustificare l’impossibilità di estendere i principi di giustizia distributiva. Le mie osservazioni conclusive sono volte a dimostrare l’infondatezza di tali assunti e ad evidenziare come il tentativo di estromettere la giustizia distributiva dalla discussione sulla giustizia globale faccia correre alla filosofia politica contemporanea il pericolo di non comprendere nella loro interezza le richieste che vengono da un mondo sempre più complesso ed interdipendente.

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1 INTRODUZIONE Nell'ultimo decennio si è assistito al fiorire di studi e dibattiti, susseguitisi in svariati ambiti disciplinari, volti alla comprensione e all'indagine di quell'insieme di processi a cui oggi ci si riferisce con il termine globalizzazione. L'impatto che tali ricerche hanno avuto è stato di tale rilevanza da ritagliare all'interno dell'immaginario comune uno spazio ben preciso per il fenomeno in questione. E' vero, tuttavia, che il riferimento alla globalizzazione risulta essere spesso impreciso, soprattutto a causa dei sensazionalismi giornalistici e delle strumentalizzazioni delle élites dominanti. Che cosa essa significa veramente ? Riprendendo la definizione offerta da Susan Strange, uno dei più eminenti esperti in materia, si potrebbe dire che se essa significa qualcosa, deve sicuramente significare un "processo dinamico", il quale implica "una serie di cambiamenti strutturali nell'economia globale, cambiamenti che alterano in modo significativo la gamma di opzioni aperte ai governi nazionali, alle imprese commerciali, alle classi sociali, alle generazioni, ai due sessi e ai singoli individui a seconda della loro posizione particolare in quell'economia politica globale" 1 . 1 cfr. S. Strange, Economia politica globale e welfare, in M. Ferrera, Stato sociale e mercato globale, Edizioni della Fondazione G. Agnelli, Torino, 1993, p.248

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