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La teoria della significazione linguistica nel pensiero di Aristotele

Informazioni tesi

  Autore: Barbara Cordova
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università di Ginevra (Svizzera)
  Facoltà: Traduzione
  Corso: Traduzione
  Relatore: Mauro Ferraresi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 83

Secoli e secoli di progresso ci separano dai tempi di Aristotele; le condizioni di vita della società in cui egli visse sono per noi quasi inverosimili ma l'apporto del suo pensiero alla storia della filosofia, il suo interesse per svariati campi del sapere dall'estetica alla biologia, all'arte, dalla politica alla teologia, alla psicologia o alla cosmologia o ancora alla teologia è stato immenso. Ciò spiega perché ancor oggi, dopo secoli e secoli, studiosi di tutto il mondo riprendono e analizzano con attenzione le opere di Aristotele.
L'influenza della filosofia aristotelica è stata enorme e ha perfino contribuito a forgiare il linguaggio ed il senso comune della modernità.L'interesse che noi abbiamo portato ad Aristotele si è incentrato esclusivamente sulla sua filosofia del linguaggio. Gli usi della lingua o del potere di conversare per il quale l'uomo si differenzia dagli animali sono molteplici. La possibilità, ad es., di significare il giusto e l'ingiusto è centrale per le società civili cui l'uomo appartiene "naturalmente". L'uomo saggio, dice Aristotele, usa il linguaggio per significare i principi delle cose e per comunicare la sua conoscenza. L'artista letterario ha bisogno del linguaggio sia per legare i pensieri di un suo personaggio, sia per presentare l'azione di un racconto.
Dando al linguaggio la sua dovuta importanza, Aristotele parla delle parole come simboli di affezioni dell'anima che sono i segni delle cose. Tutti gli uomini emettono gli stessi suoni e vivono le medesime esperienze, ma le parole che simboleggiano tali esperienze e affezioni dell'anima differiscono da un uomo all'altro. Se le parole sono simboli e non segni, allora significano per "convenzione" e non per "natura"; niente, ad. es., è per natura un nome, perché le lettere e le sillabe non hanno somiglianza naturale con gli oggetti che ricevono quel determinato nome. I suoni naturali disarticolati designano sì stati d'animo ma non significano; solo i nomi sono simboli con un significato ben preciso.
Il significato, per Aristotele, è la proprietà che ha una parola di comunicare. Ma il significato non è proprietà esclusiva delle parole, lo è anche delle frasi.
Nella logica aristotelica, egli s'interessa solo a quelle frasi che esprimono verità o falsità. In altre parole, il significato logico, in senso stretto, è proprio di quegli enunciati che esprimono verità o falsità. Il significato è anche proprietà delle parti della frase - il nome e il verbo - ma queste sono definite su basi logiche, a seconda che siano soggetti o predicati degli enunciati.
In logica, Aristotele enunciò regole d'inferenza che, se rispettate, non conducono mai da premesse vere a conclusioni false. Gli elementi fondamentali dell'inferenza in questione sono sillogismi: proposizioni che, se considerate una in relazione all'altra, generano necessariamente una determinata conclusione. Si tratta, in altre parole, di quella costruzione particolare delle frasi composta da una premessa maggiore, una minore, e una conclusione, attraverso cui è possibile formulare pensieri logicamente validi.
L'interesse di Aristotele per il linguaggio non è grammaticale, e lo dimostra la Poetica. Aristotele non è interessato alla grammatica in senso stretto ma alla logica, cioè al metodo filosofico che riguarda le cause e i principi delle cose reali.
Schematizzando, le novità del pensiero aristotelico che sono state utili per la costruzione del pensiero semiotico sono le seguenti:
• Revisione terminologica del lessico fino ad allora adoperato che inaugura una solida tradizione e che continuerà fino all'epoca romana, al I secolo d.C. (si veda capitolo I).
• Separazione tra teoria del linguaggio e teoria dei segni. Ciò sorprende se si pensa all'epoca in cui visse lo Stagirita, ma in questo consiste la sua più grande "rivoluzione" in materia. Ciò è rilevante proprio perché nelle teorie semiologiche moderne i termini del linguaggio orale sono considerati "segni" o per meglio dire "i" segni per antonomasia e che sono proprio questi che forniscono il modello per altri tipi di segno.
• Nella teoria del linguaggio aristotelica gli elementi su cui essa si basa sono denominati symbola, mentre quelli su cui si basa la teoria del segno sono chiamati semeia o tekmeria (si veda il capitolo I).
• La teoria del segno è innestata sulla teoria del sillogismo ed il segno assume un'importanza notevole per l'acquisizione della conoscenza; mentre il simbolo linguistico è legato "ai rapporti che si instaurano tra le espressioni linguistiche, le astrazioni concettuali e gli stati del mondo" (Manetti, op. cit. pag. 106). Questa teoria viene esposta da Aristotele nel Dell'Espressione (si veda capitolo V) in cui egli dice che i suoni della voce sono i "simboli" delle affezioni dell'anima che, a loro volta, sono le immagini degli oggetti esterni (Dell'Espressione, 16 a, 3-8).

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4 INTRODUZIONE "Immaginiamo che tu, lettore, ed io stiamo avendo una discussione. Davanti a noi, sul tavolo, c'è qualcosa che di solito chiamiamo una scatola di fiammiferi; tu sostieni che ci sono dei fiammiferi in questa scatola; io dico che non ci sono fiammiferi in questa scatola. Possiamo risolvere il problema. Apriamo la scatola, guardiamo e ci convinciamo entrambi. Dobbiamo prendere atto che nella nostra discussione abbiamo usato parole perché stavano per qualcosa; perciò quando abbiamo iniziato a discutere, la nostra discussione si poteva risolvere facendo contenti entrambi, dal momento che c'era un terzo fattore, l'oggetto, che corrispondeva ai simboli usati e questo ha risolto la controversia. Prendiamo un altro esempio. Cerchiamo di risolvere il problema: "E' bla-bla un caso di tra-tra?" Supponiamo che tu dica "sì" e che io dica "no". Possiamo arrivare ad un compromesso? È una vera tragedia, di cui la vita è piena, che un tale problema non sia per niente risolvibile. Abbiamo utilizzato rumori e non parole. Non c'era un terzo fattore per cui questi rumori stavano per simboli quindi avremmo potuto discutere a vita senza metterci mai d'accordo". ALFRED KORZYBSKI Per Ferdinand de Saussure, la semiologia è quella «scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale» (Saussure, Corso di linguistica generale, 1967, pag. 26); «essa potrebbe formare una parte della psicologia sociale e, di conseguenza, della psicologia generale; potrebbe dirci in che consistono i segni, quali leggi li regolano» (Ibid.). Ma che cos'è un segno? Per Saussure il segno è uno strumento di comunicazione tra esseri umani intenzionati a comunicare (cfr. Casula, Il libro dei segni, pag. 59). In altre parole, se vogliono comunicare, gli uomini devono stabilire delle convenzioni, all'interno di regole che governano i codici. Saussure resta ancora oggi un punto di riferimento per tutti i linguisti contemporanei. L'altro autore che sul versante americano si è interessato ai segni è Charles Sanders Peirce, il quale considera che un segno è qualcosa che rimanda a qualcos'altro -

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