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Le Brigate rosse da Tarantelli a D'Antona sulle pagine del Corriere della Sera

Informazioni tesi

  Autore: Eva Esposito
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Giovanni Gozzini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

Questo lavoro costituisce una lettura critica della trattazione svolta dal Corriere della sera, qui assunto come portavoce del panorama giornalistico italiano, in occasione di tre gravi episodi di violenza eversiva: gli omicidi di Ezio Tarantelli (1985), Roberto Ruffilli (1988) e Massimo D’Antona (1999). Perché proprio questi delitti?
L’idea di partenza nasce dalla volontà di studiare come il giornalismo italiano recepisce ed elabora il delitto D’Antona e il ritorno delle Brigate rosse dopo più di un decennio di silenzio su questo fronte. Almeno al momento di iniziare questo lavoro, infatti, esistono numerose pubblicazioni che analizzano il rapporto tra sistema dell’informazione e terrorismo negli anni di piombo, rivolgendo particolare attenzione ai casi Moro e D’Urso, mentre non si trova nessuno studio sui comportamenti del giornalismo italiano di fronte al più recente fenomeno eversivo. Rispetto a quegli anni alcuni grandi giornalisti hanno fatto autocritica, riconoscendo di aver commesso gravi errori di valutazione alla comparsa delle prime Brigate rosse, definite prima sedicenti e provocatrici, poi vili e deliranti. Più tardi, invece, il dibattito interno al giornalismo riguardava la questione, tutta etica, di stabilire il giusto confine tra informazione e propaganda, tra il diritto di pubblicare notizie sulle Brigate rosse (e il dovere dei lettori di essere informati) e il rischio di agire da «cassa di risonanza» del terrorismo.
Proprio dallo studio degli errori e delle discussioni affrontati da giornalisti e intellettuali negli anni Settanta è nata la curiosità di vedere se, chiusa la dura esperienza degli anni di piombo, il giornalismo avesse appreso una qualche lezione, se fosse divenuto capace di produrre interpretazioni più mature e consapevoli del fenomeno terroristico, se fosse stato finalmente in grado di fornire ai lettori un’informazione più equilibrata, senza rimanere schiacciato dall’imbarazzo di destreggiarsi tra una condivisione ideologica delle istanze promosse dal terrorismo rosso e la necessaria e ferma condanna della violenza eversiva.
È stata poi la lettura del Corriere a suggerire due interessanti termini di paragone con il delitto D’Antona. Nell’analizzare il delitto di via Salaria, infatti, molti commentatori del quotidiano riconoscevano un’analogia tra D’Antona e altre due vittime delle Brigate rosse, Tarantelli e Ruffilli. La somiglianza va però oltre il ruolo di consulente ricoperto dalle vittime: in tutti i casi, infatti, si tratta di omicidi inattesi, isolati rispetto al contesto di violenza poiché si situano fuori dal periodo ufficialmente riconosciuto come «anni di piombo», e comunque alle spalle di quel dibattito ormai risolto dal giornalismo.
I tre casi sembrano dunque funzionali non solo a verificare se le lezioni prodotte dal terrorismo sono state apprese, ma anche a capire come si è modificata nel tempo la percezione delle Brigate rosse e del terrorismo politico, quali punti di vista sono stati di volta in volta privilegiati per descrivere le reazioni del mondo politico e della società civile, se e come sono cambiate le modalità di analisi del fenomeno e la costruzione della figura del nemico. A loro volta, questi casi possono poi essere considerati emblematici di un più generale cambiamento nelle dinamiche di tutto giornalismo italiano rispetto ad eventi di particolare gravità, dal momento che simili avvenimenti, per le loro caratteristiche intrinseche, coinvolgono ogni settore del quotidiano, dalla cronaca nera e giudiziaria alla redazione politica.
Per questo motivo, al momento di analizzare il materiale raccolto si è deciso di suddividerlo in sezioni corrispondenti ai principali generi giornalistici: la cronaca, la politica, i commenti e le interviste. A questi si aggiungono inoltre le immagini, presenti soprattutto nella trattazione del delitto D’Antona, e un capitolo dedicato alla questione del silenzio stampa.

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4 Introduzione La sparatoria sul treno Roma – Firenze del 2 marzo 2003 e il successivo arresto della brigatista Nadia Desdemona Lioce segnano, a quanto ne sappiamo oggi, la fine delle Br- Pcc nate nel 1985, le cosiddette «nuove» Brigate rosse, perché permettono agli inquirenti di ottenere, attraverso la decifrazione delle informazioni contenute nei computer palmari della Lioce, i mezzi necessari ad individuare e arrestare nell’ottobre del 2003 una decina di brigatisti tra i quali compaiono anche i vertici della nuova organizzazione. Da questo momento in poi le notizie sull’organigramma e sul funzionamento delle Br-Pcc diventano più chiare ed è possibile finalmente capire da dove provengano e che legami sussistano con le Brigate rosse della prima guardia. La quantità di informazioni e la certezza di aver davvero sconfitto questo gruppo sono tali che anche un rinomato politologo ed esperto di terrorismo come Giorgio Galli può permettersi di aggiornare la sua storia del partito armato in una nuova pubblicazione il cui sottotitolo è «La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi» 1 . Ma prima di questa recente pubblicazione, chi avesse voluto documentarsi sulle prime Brigate rosse si sarebbe trovato davanti ad una strada singolare: sia nei più generali libri di storia che sulla pubblicistica più specializzata la storia delle Brigate Rosse sembra concludersi con il sequestro Moro, o al massimo con quello del magistrato Giovanni D’Urso nel 1980; una situazione motivata in primo luogo dal fatto che i numerosi instant book che avevano per oggetto la storia, la vita e le azioni delle Brigate rosse furono pubblicati quasi tutti a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando l’attenzione al fenomeno terroristico aveva raggiunto il suo culmine. Su tutto ciò che accadde dopo, dunque fino al 1988, rimane un vuoto difficile da colmare anche ricorrendo a quella enorme fonte di informazione rappresentata da internet. Al contrario l’omicidio di Massimo D’Antona, quello di Marco Biagi e la sparatoria sul treno del marzo 2003 hanno conquistato immediatamente un loro spazio anche all’interno del settore editoriale 2 , oltre alla notevole enfasi che la stampa dedica alle recenti vicende, tanto da spingere il solito Galli a parlare di «leggenda delle Brigate rosse» 3 . L’idea di partenza di questo lavoro nasce dalla curiosità di vedere come la stampa italiana, qui rappresentata per esigenze di spazio solo dal Corriere della sera, ha recepito e 1 G. Galli, Piombo rosso, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004. 2 Ai delitti D’Antona e Biagi sono dedicati due libri di Daniele Biacchesi, rispettivamente Il delitto D’Antona e L’ultima bicicletta. 3 G. Galli, op. cit.

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