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L'interrogatorio di polizia

Informazioni tesi

  Autore: Nicola Santolini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Ferrara
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Renzo Orlandi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 160

Oggi, il c.d. “interrogatorio di polizia” non esiste più: ovvero, quel potere per gli ufficiali di polizia giudiziaria, esercitabile quando vi fosse flagranza ed urgenza di raccogliere le prove del reato, di procedere, fra i vari atti allora previsti dall’art. 225 c.p.p. abr., “a sommario interrogatorio dell’arrestato”, è venuto meno con l’avvento del nuovo codice di procedura penale.
Oggi, la polizia giudiziaria non interroga più l’indiziato, o meglio, non interroga più “la persona nei cui confronti vengono svolte le indagini” (a meno di delega conferita ex art. 370 co. 1 c.p.p.), limitandosi ad assumere da essa quelle “sommarie informazioni”, “notizie e indicazioni” da utilizzarsi in una prospettiva eminentemente investigativa. Ma è leggendo e confrontando tra loro, il “vecchio” art. 225 c.p.p. e l’attuale art. 350 c.p.p., che si può facilmente comprendere come la ragione della scomparsa dell’interrogatorio di polizia, così com’era concepito nel previgente sistema processuale, debba innanzitutto ricollegarsi a quel nuovo ruolo, o meglio, a quel mutato contesto nel quale si è voluto inserire l’attività di polizia giudiziaria; significativo, è il raffronto, da un punto di vista delle formule utilizzate, tra altre norme dell’attuale e del vecchio codice di procedura penale, ossia, tra l’odierno art. 55 c.p.p. ed il previgente suo corrispondente, art. 219 c.p.p. La formulazione impiegata è molto simile, se non fosse per quel diverso, ma al proposito emblematico, riferimento che in esse ritroviamo al tema fondamentale della “prova”: mentre nella prima norma si parla di “assicurare le fonti di prova” , nella seconda, tra le funzioni della polizia giudiziaria, si indicava quella di operare al precipuo scopo di acquisire le vere e proprie prove del reato.
Quindi, nel previgente sistema processuale, la polizia giudiziaria svolgeva, altresì, un’attività a fine propriamente probatorio, con la conseguenza che un qualsiasi risultato dell’istruzione preliminare, poteva servire ai fini del giudizio ed essere liberamente valutato dal giudice; in altre parole, attraverso il principio della libertà dei mezzi di prova, nonché, attraverso l’insieme delle norme che disciplinavano il rapporto di polizia, le letture dibattimentali e la testimonianza di ufficiali ed agenti, si era ottenuto il risultato di riconoscere agli atti compiuti da tale organo, il valore di vere e proprie prove. Ed in questo quadro, in cui l’indiziato-imputato era considerato fonte di prova, piuttosto che soggetto della propria difesa, il suo “sommario interrogatorio”, anzichè, momento autodifensivo principale, costituiva lo strumento principe per “costringerlo” a fornire la prova della propria responsabilità, provocandone la confessione.
Probabilmente, fu con l’avvento della Costituzione Repubblicana che le cose si apprestarono a cambiare ed in maniera definitiva. I principi emergenti dalle norme costituzionali (inviolabilità del diritto alla difesa e della libertà personale, presunzione di non colpevolezza, ecc.) imponevano la realizzazione di un “nuovo” processo, nel quale, la posizione dell’imputato veniva fondamentalmente rivalutata in un ottica prima di allora sconosciuta: quella garantista. Fu, appunto, questa rivalutazione della dimensione individuale, che nel portare ad una lenta (ed anche, non poco contrastata!) evoluzione della struttura primitiva del codice Rocco, venne coinvolgendo, altresì, diversi istituti processuali, compreso il “sommario interrogatorio” di polizia che, in origine, si presentava come un atto tutt’altro che garantito!
Così, a cominciare dalla “piccola” riforma del 1955, fino alle importanti innovazioni occorse a cavallo degli anni settanta, non senza dimenticare il fondamentale ruolo propositivo che svolse in merito la Corte Costituzionale, si giunse progressivamente (anche se, non senza pericolosi retournement!) a rendere possibile, nel più volte riformulato art. 225 c.p.p., un “nuovo” interrogatorio di polizia, calato in una “nuova” veste di garanzia, quella stessa veste di garanzia che oggi, fondamentalmente, assiste l’assunzione delle “sommarie informazioni” di cui al 1° comma dell’art. 350 c.p.p. E’ quindi sulla base di queste premesse, che potremmo considerare l’ultima norma citata, come una “norma di risultato” ed il relativo istituto contemplato, come il frutto della trasformazione in chiave garantista del “vecchio” interrogatorio di polizia.

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I PREMESSA Oggi, il c.d. “interrogatorio di polizia” non esiste più: ovvero, quel potere per gli ufficiali di polizia giudiziaria, esercitabile quando vi fosse flagranza ed urgenza di raccogliere le prove del reato, di procedere, fra i vari atti allora previsti dall’art. 225 c.p.p. abr., “a sommario interrogatorio dell’arrestato”, è venuto meno con l’avvento del nuovo codice di procedura penale. Oggi, la polizia giudiziaria non interroga più l’indiziato, o meglio, non interroga più “la persona nei cui confronti vengono svolte le indagini” (a meno di delega conferita ex art. 370 co. 1 c.p.p.), limitandosi ad assumere da essa quelle “sommarie informazioni”, “notizie e indicazioni” da utilizzarsi in una prospettiva eminentemente investigativa. Ma è leggendo e confrontando tra loro, il “vecchio” art. 225 c.p.p. e l’attuale art. 350 c.p.p., che si può facilmente comprendere come la ragione della scomparsa dell’interrogatorio di polizia, così com’era concepito nel previgente sistema processuale, debba innanzitutto ricollegarsi a quel nuovo ruolo, o meglio, a quel mutato contesto nel quale si è voluto inserire l’attività di polizia giudiziaria; significativo, è il raffronto, da un punto di vista delle formule utilizzate, tra altre norme dell’attuale e del vecchio codice di procedura penale, ossia, tra l’odierno art. 55 c.p.p. ed il previgente suo corrispondente, art. 219 c.p.p. La formulazione impiegata è molto simile, se non fosse per quel diverso, ma al proposito emblematico, riferimento che in esse ritroviamo al tema fondamentale della “prova”: mentre nella prima norma si parla di

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flagranza reato
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