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Philip K. Dick, tra filosofia e mito

Informazioni tesi

  Autore: Fabio Boverio
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Elio Franzini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 95

Il mito della modernità mostra una morfologia contrastante, avendo come materia cui attingere i caratteri ambivalenti della scienza, la quale ora mostra il suo aspetto salvifico e la possibilità del progresso che da essa può derivare; ora quello terribile e distruttivo della bomba atomica, delle armi chimiche, di un esubero di informazione dilagante e digitalizzata. Oggi la fantascienza dikiana e la corrente del cyberpunk, che ha preso avvio da alcune tematiche da lui enucleate, registra una notevole laicizzazione del mondo occidentale e una mancanza di trascendenza nella vita dell’individuo. Tuttavia, mentre la seconda si limita a descriverne il risultato in termini di socialità, Dick tende invece a farne l’oggetto dei suoi racconti e particolarmente della sua costante riflessione filosofica che li accompagna. Ma dettata proprio dalla sua personale angoscia e ricerca mistica è la questione sulla possibilità conoscitiva dell’inseità del reale, sulla possibilità di arrivare a comprendere la vera realtà che agisce la di sotto delle apparenze del quotidiano o delle illusioni di potere e del potere della parola. Questo desiderio di trascendenza si concretizza dunque in primo luogo nell’andare oltre quelli che sono i meccanismi evidenti della società, tanto nella vita (se diamo ascolto ad alcune pagine dell’Esegesi ), quanto nella sua opera letteraria. Ma l’agognata sovrastruttura cui tende ogni suo sforzo di ricerca in campo artistico e filosofico è destinata a naufragare come gli sforzi dei suoi personaggi, a scontrarsi cioè con la sola capacità della mente umana di districarsi tra le illusioni e i simulacri della vita. Una ragione che è destinata a continuare a domandare e indagare sempre e solo giungendo a quella che egli stesso definirebbe “la penultima verità”.
Il principale strumento di cui fa uso per accostarsi alle diverse problematiche ontologiche, gnoseologiche e mistiche è indubbiamente un ritorno al mito e alla filosofia classica. Sembra infatti che in tutta la sua produzione egli presenti ogni singola esperienza umana legata al sublime contemporaneo e la falsifichi puntualmente. L’infallibilità della scienza; la fede nelle possibilità del progresso tecnologico; il tempo; l’immortalità; la possibilità di nuovi mondi come ricerca di un paradiso perduto, la perfettibilità tecnica e persino morale dell’uomo in virtù di una tecnologia che lo libera dalle costrizioni cui ha dovuto sottostare per secoli. Questi ne sono solamente alcuni esempi. La filosofia e la mitologia da cui Philip Dick attinge, e quella che egli stesso contribuisce a creare tramite l’uso della favola e del romanzo, ha come impulso il tentativo di capire come ricucire quello strappo tra ciò che è, ciò che dovrebbe essere e ciò che crediamo sia la nostra realtà. Ritrovare il contatto con il mito è anche ritrovare un legame con il nostro spazio interiore, a cui egli dedicò molti dei suoi romanzi più intensi. Questo lavoro vuole indagare in primo luogo se e in che modo Philip Dick possa essere considerato un filosofo oltre che uno scrittore. Ciò avverrà tramite l’analisi del termine “filosofia” e delle modalità con cui alcuni pensatori contemporanei definiscono i filosofi. Analizzeremo inoltre se non sia il caso, al contrario, di ascrivere la riflessione che svolge alla semplice definizione di “letterato impegnato” o engagé.
In seguito ci concentreremo su quelle che possono essere le sue fonti nell’ambito della Grecia e della Classicità, quelle cioè che plausibilmente hanno maggiormente influenzato il suo pensiero da un lato e il suo modo di concepire lo strumento narrativo come veicolo di idee dall’altro. Per fare questo sarà necessario comprendere lo stretto rapporto che Philip Dick intrattiene con la parola: quella scritta, come parte del costrutto narrativo e quella poetica, che si incontra nei suoi romanzi come fonte di mitopoiesi e mattone di realtà.
Lo scopo in definitiva è quello di mostrare la stretta parentela del mondo mitico con il mondo fantascientifico cercando di porre in evidenza i passaggi, i nuclei e i nodi del pensiero antico che, nel trascorre del tempo, si sono modificati nelle forme, facendosi tuttavia carico delle medesime istanze attraverso i secoli.

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2 INTRODUZIONE UN NUOVO ORIZZONTE MITICO In un mondo governato oramai dalla certezza del dato e dalla “luce della scienza”, nonché dalle sue innumerevoli scoperte ed innovazioni tecnologiche, si ripresenta all’uomo la profonda esigenza di un nuovo orizzonte comune. Esso non viene più proiettato in un passato arcadico oppure in una terra dove l’interazione tra uomini e dei è pensata come ancora possibile, ma in un futuro incerto e distorto, il cui campo di battaglia risulta il nostro presente. Da ciò possiamo desumere come il mito della modernità mostri una morfologia contrastante, avendo come materia cui attingere i caratteri ambivalenti della scienza, la quale ora mostra il suo aspetto salvifico e la possibilità del progresso che da essa può derivare; ora quello terribile e distruttivo della bomba atomica, delle armi chimiche, di un esubero di informazione dilagante e digitalizzata. Si pensi a quanto disse William Gibson 1 in una delle conferenze sul genere fantascientifico che tenne in Austria: La mia adolescenza era fortemente colorata da un rapido ottimism tecnologico e da un costante e concomitante sottofondo di paranoia e terrore tecnologico. I due poli dell’immaginario di massa in quei giorni erano una luccicante Futuropolis, tirata con Cera Grey, e lo spettro del disastro nucleare. E diversi personaggi autoritari continuavano a dirmi che l’atomo avrebbe cambiato ogni cosa. Più tardi mi fu detta la stessa cosa dell’LSD. Mi sembrava, in quanto bambino, di vivere in realtà in uno scenario di fantascienza di qualche 1 William Gibson, nato in America ma canadese d’adozione, è stato il riconosciuto dalla critica il fondatore del movimento Cyberpunk, la cui data cardine è fatta risalire al 1984, anno della pubblicazione del suo romanzo “Neuromacer”. Dal suo racconto “Johnny Mnemonic” tratto dell’antologia “La Notte che Bruciammo Chrome” scritto nel 1986, è stato realizzato l’omonimo lungometraggio nel 1995.

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