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Il seicentesco Theophrastus redivivus come fonte storiografica

Il lavoro ha inteso analizzare nella sua generalità e nelle sue specificità un testo anonimo del '600, appartenente all'area del libertinage érudit francese, intitolato THEOPHRASTUS REDIVIVUS e redatto in latino. In particolar modo si è puntata l’attenzione sulll'utilizzo, a volte spregiudicato, delle fonti da parte dall'anonimo estensore del testo. L'opera infatti, sconosciuta fino al 1937, quando venne riscoperta dallo studioso J.S. Spink, alla Bibliotéque Nationale di Parigi, trattava un argomento assai spinoso per l'epoca in cui venne scritta e cioè intendeva dimostrare l'inesistenza di Dio. Questa è probabilmente una delle ragioni che ne hanno determinato la mancata stampa e la diffusione clandestina del testo manoscritto, il quale peraltro ha goduto, in ambienti ristretti ed elitari di una notevole fortuna, tanto che addirittura l'opera veniva citata spesso ma in realtà pochi avevano avuto la possibilità di vederla o di leggerla. Fortuna che si potrebbe definire "mitica" in quanto il testo venne considerato una sorta di "summa" dell'ateismo del Seicento e molti autori attribuivano al mitico Theophrastus redivivus idee di altri pensatori, quasi sempre anch'essi anonimi. L'opera del resto è costruita a mò di centone, perché l'anonimo estensore intende dimostrare le proprie argomentazioni utilizzando autori ed opere, tanto del mondo classico, quanto di quello "moderno", che meglio si adattavano alle sue proprie convinzioni. La parte centrale di questo lavoro si occupa proprio dell'analisi di questo rapporto tra le "fonti" originarie e come esse sono state utilizzate nel Theophrastus redivivus. Spesso infatti, l'anonimo ha modificato le fonti cui ha attinto, avendo per scopo il disegno complessivo dell'opera, la dimostrazione cioè che dio non esiste, che il mondo è eterno, che la religione altro non è che inganno ed impostura ordita dai governanti, che inferi e demoni sono anch'essi una finzione operata dal mondo "politico-religioso”, che la morte è da disprezzare e che, infine, il vero filosofo, o per meglio dire il sapiente, deve tornare a vivere secondo natura. Questi, tra l'altro, sono in sintesi i titoli dei sei trattati in cui è suddivisa l'opera anonima. Non c'è che dire in quanto ad argomentazioni in odore di eterodossia. Gli strumenti di cui si è servito l'anonimo nell'attuare questo progetto sono l'erudizione critica, strumento fondamentale della storiografia filosofica che proprio in quegli stessi anni vedeva la luce, gli omissis, le piccole aggiunte che cambiavano completamente il senso delle argomentazioni originali, ma la anche la trascrizione ad litteram, qualora le idee delle fonti coincidevano che ciò che l'anonimo intendeva affermare. Nel dettaglio si è puntata l'attenzione sulla presenza dei recentiores, i filosofi cosiddetti "moderni" ed in particolare italiani, la cui presenza e rilevanza filosofica nel testo è fondamentale e cioè Machiavelli, Pomponazzi, Vanini e Campanella. A dimostrazione dell'importanza che l'anonimo estensore attribuisce loro ed al loro pensiero basti qui dire che, i nomi di Pompomazzi e Vanini compaiono già nel frontespizio dell'opera, insieme a quello di Cardano e del francese Bodin, laddove l'autore traccia l'albero "genealogico" dell'ateismo e questi quattro pensatori sono, unici tra i "moderni", coloro che concludono la storia dell'ateismo, cui fanno parte, a detta dell'anonimo, gli stessi Platone ed Aristotele. Come ben si comprende, il Theophrastus redivivus si presentava al lettore seicentesco come una vera e propria "bibbia" dell'ateismo: pensiero filosofico, ma anche "politico", quello dell’anonimo tanto più allarmante in quanto veniva a porsi in un momento storico, il Seicento appunto, in cui non soltanto gli stati nazionali si dirigevano sempre più verso una politica assolutistica, ma anche la stessa filosofia cominciava ad indirizzarsi verso veri e propri "sistemi" di pensiero, da cui dovevano venire necessariamente escluse qualunque forma di pensiero non ortodosso; da qui lo sviluppo di certe tematiche in un ambito, sotterraneo, che poi verrà chiamato "libertinismo", e che riappariranno in superficie solo con l'Illuminismo e la Rivoluzione francese stessa. Il Theophrastus redivivus rappresenta, da questo punto di vista, l'apice stesso del movimento filosofico libertino, in quanto ad originalità ed organicità di pensiero, come ebbe giustamente ad affermare Mario Dal Pra nel convegno celebrato in occasione della presentazione dell'edizione critica del Theophrastus redivivus. L'illustre e compianto professore sottolineò come proprio un'opera come il Theophrastus rappresenta il punto di transito tra alcune tematiche tardo-rinascimentali ed i nuovi sviluppi della filosofia operanti nel nascente Illuminismo.

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2 PREMESSA Studiare il Theophrastus redivivus da un punto di vista storiografico, cioè col proposito di cogliervi gli elementi di una possibile “storia della filosofia” in via di definizione “critica”, vuol dire prendere in esame tutta una serie di concetti e categorie storiografiche, quali “dossografia”, “erudizione”, “eterodossia”, “critica storica”, che se da un lato possono far apparire questo tipo di lavoro come un'analisi ante litteram, dall'altro il loro utilizzo trova la sua piena esplicazione nel modo puramente ipotetico-metodologico in cui esse verranno assunte all'interno di questa analisi. Tali procedure si giustificano infatti se vengono intese come metodi tipici di tutta una serie di lavori, ormai pienamente sviluppati in sede di storiografia filosofica, che tendono a ricercare all'interno delle opere filosofiche le tracce, i presupposti, i procedimenti sotterranei di quella pratica storiografica che troverà la sua dimensione, appunto “critica”, nella prima metà del XVIII secolo. In questo contesto un'opera come il Theophrastus redivivus, già definita summa del pensiero libertino, si presenta ricca di spunti e di interesse: basti pensare alla tradizione che ha collegato questo manoscritto anonimo all'altrettanto anonimo e misterioso Liber de tribus impostoribus o a tutta quella congerie di citazioni tratte da opere di autori antichi e rinascimentali che pongono questo scritto al vertice di quel movimento definito dal Pintard libertinage érudit. E proprio sui recentiores si è voluta qui puntare l'attenzione perché ci è sembrato l'aspetto più caratteristicamente progettuale dell'opera, nel senso di un uso, per molti versi manipolato, controcorrente e controversistico, di autori ed opere del Rinascimento, soprattutto italiano, rispetto, ed in contrasto, ad una pia philosophia tradizionale, che l'autore ha voluto trasmettere, sia pur clandestinamente, ai pochi lettori del suo manoscritto, lettori per i quali ha, per così dire, disegnato quella icon sapientis, quale proprio ideale di saggezza, con cui si chiude l'ultimo trattato di questo imponente lavoro. A motivo poi delle diverse difficoltà che pone la pratica storiografica, sarà opportuno chiarire sin da subito a quale metodo ci si è affidati nella presente ricerca. Se i problemi dell'analisi storiografica possono definirsi “circoscritti” quando si riferiscono al periodo in cui vennero stese le “storie della filosofia” del Brucker e del Deslandes - circoscritti in quanto, essendo giunta la storiografia filosofica con questi due autori al suo esito “critico”, essa aveva ormai ben chiaro il proprio progetto essenziale, cioè leggere il passato secondo la “ragione” attuale e riportare l'uno e l'altra all'unica veritas che li

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Antonio Perrino Contatta »

Composta da 137 pagine.

 

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