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La poesia dello spazio. Il teatro radiofonico in Italia (1924-1974)

Informazioni tesi

  Autore: Cristiano Minelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia del teatro e dello spettacolo
  Relatore: Renzo Guardenti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 178

Nei cinquant'anni che trascorsero dal ventennio fascista alla metà degli anni Settanta, parallelamente ad un fondamentale ruolo pedagogico il medium radiofonico fu protagonista di una intensa ricerca artistica precipua ai propri mezzi. Artaud, Brecht, Beckett, Squarzina, De Filippo, Carmelo Bene, sono solo alcuni tra coloro che nell'arco del Novecento dettero il proprio contributo a un'arte che raggiunse vette drammaturgiche inaspettate. Questo lavoro si propone di seguire e analizzare socio-storicamente lo sviluppo di questa bellissima e ormai decaduta forma artistica: il teatro radiofonico.

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5 INTRODUZIONE Parlare di teatro radiofonico significa trattare un argomento molto articolato, costellato da una moltitudine di teorie dei più famosi studiosi, artisti e intellettuali del Novecento europeo e americano; significa parlare di un genere artistico che mette in crisi la stessa etimologia del termine “spettacolo” (dal latino spectare, guardare con attenzione), di una forma d’arte che per molto, troppo tempo, in Italia è stata considerata di ‘serie b’, mentre in altri paesi, Francia, Germania e Inghilterra in testa, raggiungeva straordinari risultati e ampia considerazione. Ma significa, soprattutto, dibattere sull’intangibile, sull’etereo, sull’immateriale. Ed è proprio questo il fascino di questa arte, un’arte uditiva, fatta esclusivamente di parole, suoni e rumori, elementi primordiali della comunicazione che lavorano all’interno della psiche umana, arrivando a stimolare il lato più istintivo e arcaico della nostra percezione. Grazie a questo complesso di fattori si viene a creare, così, tutto un mondo, una dimensione sonora totalmente completa e autosufficiente da non necessitare di altro che dei propri elementi costitutivi. Poche forme d’arte possono parlare più direttamente del radioteatro all’intelletto e all’immaginazione dei raffinati; poche trovar meglio, con la semplicità dei motivi, la strada al sentimento delle moltitudini […]. C’è una sublime semplicità che tutti possono intendere. Vi sono dimesse parole che aprono anche al più sapiente i loro sconfinati orizzonti di luce 1 . ‘Teatro invisibile’, ‘teatro per ciechi’, ‘teatro per surauditivi’, fin dall’inizio si è sentita l’esigenza di etichettare il teatro radiofonico secondo schemi e princìpi propri di un inadeguato e restrittivo sistema “familiare” di catalogazione, cercando, invano, di ricondurre questo nuovo e sfuggente genere artistico a rassicuranti orizzonti conosciuti; ci si rese presto conto, 1 Enrico Rocca, Panorama dell’arte radiofonica, Milano, Bompiani, 1938, pp. 275-276.

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