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La Favilla (1836-1846): giornale triestino di Scienze, Lettere, Arti, Varietà e Teatri

Informazioni tesi

  Autore: Luisa Carrer
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1998-99
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Manlio Pastore Stocchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 403

Questo lavoro offre un'analisi a tutto tondo de "La Favilla", giornale culturale triestino di primo Ottocento. Mi sono proposta di ripercorre le fasi di ideazione, preparazione e realizzazione della rivista, non potendo trascurare il ruolo che la censura austriaca esercita sulla stampa pre-quarantottesca. Seguendone da vicino le vicende editoriali, ho cercato di intendere lo spirito della Favilla attraverso gli ambienti di vita e le storie personali dei suoi collaboratori, stretti da amicizia oltre che da rara sintonia intellettuale.
Il cuore del lavoro è l’analisi e l’esemplificazione degli interessi specifici della rivista, la quale volge indistintamente lo sguardo allo scrittoio, alla libreria, al teatro, all’istituto di beneficenza, all’atèlier d’arte, giungendo persino a dedicare una rubrica ai più piccoli. Lo studio degli interventi mira a connotare la Favilla ''per la sua volontà di porsi quale elemento mediatore tra civiltà italiana, tedesca e slava, facendosi banditrice dei valori romantici e di una cultura non oziosamente arcadica e retoricheggiante, bensì attenta ai nascenti problemi nazionali, agli aspetti istituzionali della vita letteraria ed artistica, alle questioni poste dal progresso tecnico.'' Un periodico, dunque, che, a partire dal 1836, accanto alla nuova Trieste economica e commerciale che saluta l’Ottocento, vuole testimoniare il risveglio anche e soprattutto culturale della moderna borghesia.
L’apertura dei favillatori accoglie fra le pagine della rivista non poco e non ovvio materiale letterario europeo. Mi è parso quindi significativo, in appendice, vedere nello specifico il caso di due racconti brevi di Charles Dickens qui pubblicati nel 1845, quasi sicuramente le prime versioni italiane ad essere date alle stampe.

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iii INTRODUZIONE Non è una preliminare conoscenza dell’argomento ciò che mi ha indirizzato allo studio delle pagine della Favilla. A tale nome, infatti, sono giunta per via indiretta, tramite la lettura di alcune fonti bibliografiche riguardanti uno dei suoi primi – se pur parchi - collaboratori, il Besenghi Degli Ughi. Ebbene, il progetto originale e necessariamente forte alla base della ancora inesplorata rivista, progetto che guarda al fronte letterario come a quello civile e viene maturato da un gruppo di intellettuali non solo locali, freschi quasi sempre di studi patavini ed energici come i tempi richiedevano, ha suscitato presto in me l’interesse e il desiderio di approfondirne lo studio. E la Favilla significa Trieste, “questa sconosciuta,” come recita il titolo di un saggio di Cecovini.1 Percependo le diverse connotazioni che, ognuna a suo modo, le danno volto, e riconoscendo che nessuna, singolarmente, ne esaurisce l’identità – è città mitteleuropea, cosmopolita e internazionale, città italiana di confine, porta orientale sulla Slavia ad un tempo - mi sono avvicinata a Trieste con rispetto e fascino. Mi sono proposta di percorrere le fasi di ideazione, preparazione e realizzazione della rivista, e, a riguardo, non ho potuto trascurare il ruolo che la censura austriaca ha esercitato sul giornalismo pre-quarantottino. Seguendone da vicino le vicende editoriali, ho cercato di intendere lo spirito della Favilla attraverso gli ambienti di vita e le storie personali dei suoi collaboratori, stretti da amicizia oltre che da rara sintonia intellettuale. Il cuore del presente lavoro è l’analisi e l’esemplificazione degli interessi specifici della rivista, la quale volge indistintamente lo sguardo allo scrittoio, alla libreria, al teatro, all’istituto di beneficenza, all’atélier 1 M. CECOVINI, Trieste, questa sconosciuta, in “Archeografo triestino” LIV, serie IV, 1994, pp. 355-372.

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